Lucia Galasso

Archive for the ‘Antropologia culturale’ Category

Una nuova avventura: la direzione del Museo di Pastena

In Antropologia culturale, Esperienze su campo on 28 aprile 2012 at 19:11

Quando ho deciso da bambina che da grande avrei fatto l’antropologa, mi vedevo emula di Margaret Mead e Ruth Benedict, immersa nella vita di quelle popolazioni che ancora romanticamente venivano definite “primitive” e “selvagge”, quindi tagliata fuori dalla mia cultura per impararne un’altra.

Da studentessa custodivo l’ideale di “preservare” queste culture da quella modernità che, avanzando sempre più velocemente, le avrebbe fagocitate, facendole scomparire non solo materialmente ma anche dalla memoria umana.

In realtà l’antropologo occidentale ha davanti a sé due strade: dedicarsi allo studio delle popolazioni extraeuropee o delle tradizioni popolari (mondo agropastorale e classe operaia). Nonostante i sogni coltivati da studentessa, ho preso a occuparmi della famigerata “tradizione popolare” forse conosciuta ai più con il temine di “folklore”. Quel mondo contadino caratterizzato dalla trasmissione orale del sapere e che, per sua natura, non ha prodotto archivi, biblioteche o musei. Sono gli studiosi di cultura (antropologi, demologi, folkloristi) che hanno ricostruito tutto questo recuperando il passato della memoria (e molte volte, ahimè, facendo questo hanno dato adito a molta retorica).

Così ho lavorato non solo per recuperare un passato, perché non andasse perduto, ma anche per trovare il modo di valorizzarlo rendendolo strumento di una conoscenza utile, viva e nonostante ciò che si pensa comunemente, attuale. L’ho fatto per conto mio, da libera professionista, favorendo in particolare (e chi mi segue da un po’ lo sa) gli aspetti alimentari di una cultura.

Ma la vita è strana, a volte sorprendente, e mi ha portato in dono un’esperienza del tutto nuova e inaspettata, la direzione di un museo: il Museo della Civiltà Contadina e dell’Ulivo di Pastena, un piccolo comune in provincia di Frosinone, provincia conosciuta meglio sotto il nome di Ciociaria.

Un piccolo gioiello composto da 13 sale espositive (in tutto circa 600mq) dedicato alla cultura materiale pastenese degli ultimi due secoli, ricostruita attraverso gli attrezzi dei lavori nei campi, gli strumenti dei lavori artigianali, gli arredi, i costumi e le fotografie d’epoca. Il tutto custodito nella bellissima cornice del palazzo Trani, un edificio del 1879 la cui sala del frantoio toglie il fiato per la bellezza della collezione, degli arredi e degli utensili dedicati alla filiera dell’olio d’oliva.

 

Palazzo Trani - sede del Museo di Pastena

Per me una grande gioia quindi, ma anche una grande responsabilità. Gestire un museo implica saperne valorizzare la doppia vocazione: produrre conoscenza e diffonderla. Va fatto con la consapevolezza che recuperare e rimettere in circolo il patrimonio della tradizione produce risorse per il territorio, a beneficio della comunità che lo vive, sotto due aspetti: internamente alla comunità stessa contribuendo a ricostruire o rinsaldare la rete di rapporti (nulla lega di più del condividere insieme la propria tradizione e memoria); coltivare la tradizione, le proprie memorie e radici fornisce un’immagine – percepita esteriormente – molto apprezzata e positiva della comunità e del territorio. Questo diventa un forte attrattore di risorse finanziarie, mediatiche e soprattutto turistiche, che favoriscono anche la promozione del mercato dei prodotti locali (anche immateriali come feste, eventi culturali, spettacoli, itinerari ecologici e altre manifestazioni).

La responsabilità che sento, quindi, non è semplicemente quella della pura studiosa chiusa al sicuro delle quattro mura di un Museo (una sorta di Don Abbondio dell’antropologia). Per me il museo è il punto di partenza, l’ambasciatore di una comunità, di un territorio che va aiutato a (ri)conoscersi, farsi conoscere; un ente vivo, flessibile, perché la tutela dei beni che custodisce, soprattutto immateriali, sta nel renderli disponibili per la fruizione comunitaria. La loro valorizzazione, invece, sta nel renderli oggetto di comunicazione. A mio avviso tutto questo deve avvenire senza cadere in quella retorica di stampo borghese che rimanda un’immagine da idillio pastorale del popolo e delle sue tradizioni, di “bello” popolare, intrisa di implicito evoluzionismo, che lo vede primitivo, semplice e schietto e che alla fine risponde a una concezione della classi subalterne come di un pittoresco insieme di varianti locali in seno a un armonico contesto nazionale. A questo riguardo ben si è espressa Roberta Tucci:

Si realizza così un distanziamento dell’immagine del popolo, racchiuso nelle bacheche di un mondo senza tempo nè problemi, senza miseria nè ribellione, cristallizzato a futura memoria come produttore immutabile di ingenua bellezza e di curiosità“. (Tucci, 2006)

Una bella sfida, vero? In questa avventura non sono sola però, accanto a me ho le mie quattro collaboratrici: Anna Carnevale, Laura Di Domenico, Paola Di Domenico e Maria Pia Sarracino e un comitato scientifico che sto costruendo.

Imparerò facendo…

 

La memoria dei contadini: un convegno molte riflessioni

In Antropologia culturale, Ecoantropologia on 20 novembre 2011 at 18:52

Si è conclusa da circa una settimana la manifestazione “La memoria dei contadini. Musei, biodiversità e saperi della terra”, alla quale ho partecipato ospite del Comune di Santarcangelo di Romagna come relatrice a una delle due sessioni del tavolo dedicato a “Musei e Saperi della Terra”. Un’occasione interessante non solo per presentare un lavoro ma anche per osservare il percorso che l’antropologia sta conducendo nel ripensare la museografia e in special modo quella dedicata al mondo contadino.

E lo fa ponendosi tutta una serie di interrogativi indice del fatto che, al pari dei musei, sta rivitalizzando il suo operato indirizzandosi come materia applicata e non solo teorica. L’antropologia dell’alimentazione, o della produzione degli alimenti è sempre stata vista dagli antropologi come materia poco dignitosa per un’indagine seria, scrupolosa, scientifica e quando lo ha fatto è accaduto sempre in relazione a studi in cui il cibo era espressione di un fenomeno altro, quasi un corollario. Ora qualcosa sta cambiando. E’ un buon segno quello di antropologi che si incontrano e si mettono a parlare di agricoltura; sta nascendo un’etnografia delle agricolture contemporanee che dialoga con una museografia dell’agricoltura contemporanea per fare sì che i musei si trasformino in presidi del territorio.
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L’Open Source Ecology

In Antropologia culturale, Ecoantropologia on 20 agosto 2011 at 06:51

Marcin Jakubowski

Serge Latouche

Neil Gershenfeld

 

 

 

 

 

 

 

Dall’ecoantropologia alla Open Source Ecology sembra che la distanza sia minima, mi ritrovo così a riflettere su come, inevitabilmente, le cose stiano cambiando proprio in base a quanto contenuto nel mio precedente post. Leggendo La Repubblica del 17 agosto 2011, a firma di Jaime D’Alessandro, mi imbatto in un articolo che mi colpisce subito dal titolo “Turbine, trattori e pannelli solari, il kit per una civiltà in miniatura”. Scopro così che esiste l’Open Source Ecology, figlia di quella filosofia di condivisione e miglioramento della conoscenza che è l’Open Source nata dapprima in ambito informatico e poi editoriale (e ora declinata in varie realtà).

L’open Source Ecology è una rete di agricoltori, ingegneri e sostenitori che ha come scopo la creazione di una comunità autosufficiente ed eco-sostenibile. Dal fabbisogno alimentare alla costruzione di trattori e stampanti 3D, tutto è progettato per essere fatto da sé.

Il fondatore è un giovane fisico statunitense, Marcin Jakubowski, classe 1973 (bell’annata il 1973), laureatosi a Princeton con dottorato in fisica all’Università del Wisconsin. Nel 2003 Jakubowski ha deciso che l’agricoltura era la sua vera vocazione, il motivo di questo cambio di rotta risiede in un singolo avvenimento che lui descrive così: «Mi trasferii in Missouri comprando una fattoria e acquistai un trattore ma si ruppe. Allora lo riparai e si ruppe di nuovo, finché alla fine non avevo più soldi per andare avanti. Poter accedere a strumenti low cost fatti con materiali riciclabili e pensati per durare una vita e non una manciata di anni è vitale. Ed è esattamente quello che ho fatto: progettare quel che davvero mi serviva, condividendolo online».

Da qui l’obiettivo di dare vita a comunità autosufficienti, eco-sostenibili e a basso costo; senza per questo rinunciare alle comodità della nostra società contemporanea (come dice quella famosa pubblicità? Il lusso è un diritto di tutti). Una possibile via da intraprendere per una decrescita consapevole.

Il primo passo è portare a termine entro il 2012 il Global Village Construction Set, un enorme laboratorio a cielo aperto in cui vengono assemblati 50 macchinari ritenuti necessari per regalare, partendo da zero, una vita senza rinunce a circa 200 persone. Strumenti essenziali come il trattore o il gruppo elettrogeno, il forno e l’automobile, passando per la turbina, i pannelli solari, la macina, il laser di precisione, la pressa per produrre circuiti stampati, la betoniera, l’altoforno. Tutto assemblabile a prezzi stracciati rispetto a quel che offre il mercato, e in più con alcuni requisiti innovativicome fa notare Eugenio Minucci di Alternativa Sostenibile:

  • si utilizzano materiali a basso costo (una macchina industriale di questo tipo costa otto volte meno di una sua equivalente sul mercato);
  • si persegue una logica modulare nella progettazione (un motore, ad esempio, è predisposto per essere assemblato su diverse macchine)
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Di ogni macchinario vengono prodotti almeno tre prototipi testati meticolosamente per poi arrivare alla versione definitiva. Che, su richiesta, può esser acquistata da altri agricoltori.

Nel frattempo il verbo del vivere e produrre in maniera diversa viene diffuso via Web. Lo stile di assemblaggio del Global Village Construction Set è pensato per un facile utilizzo, anche lì dove le risorse e le competenze sono scarse. L’uso dei modelli è infatti semplice da imparare, e la possibilità di consultare online i progetti lo rende ancora più approcciabile. Così il reperimento delle risorse (umane e materiali) sul territorio ha un duplice beneficio: economico e di sostenibilità, dando modo alle persone che lo vivono di potenziare le abilità che le rendono autosufficienti proprio sulla base di quella reciprocità che è alla base della socialità primaria, della famiglia, del vicinato e delle reti relazionali.

Il progetto di Jakubowski, si rifà in qualche modo al Nai Talim – l’educazione pratica all’autonomia – di Gandhi, il cui scopo era di soddisfare i propri bisogni grazie alle conoscenze dei saperi e del saper fare necessari a padroneggiare le tecniche di fabbricazione degli oggetti di uso quotidiano, in modo tale che tutti possano avere un livello di vita soddisfacente.

Di riflessione in riflessione mi è venuto in mente questo passaggio preso dal libro di Serge Latouche “Come si esce dalla società dei consumi”:
“[…] Proseguendo su questa strada, Ingmar Granstedt propone la creazione di laboratori vernacolari con attrezzature sofisticate miniaturizzate. Per il tessile, per esempio ‘si potrebbero raggruppare le operazioni di filatura, di stiramento e di tessitura in un’unica piccola macchina delle dimensioni di un armadio, che potrebbe essere collocata in laboratori vernacolari ed essere messa a disposizione degli abitanti del quartiere. […] Lo stesso vale per le macchine per il riciclaggio della carta, di cui esistono già esemplari abbastanza piccoli e semplici da poter essere trasportati su richiesta e affittati a settimana. A una macchina di questo tipo, collocata nel quartiere o nel comune, potrebbero essere aggiunte taglierine, aggraffatrici e incollatrici, in modo che la gente possa fare da sola blocchi e quaderni. Si potrebbe poi aggiungere una fotocopiatrice e altro materiale semplice da riproduzione’. Sulla linea dell’idea dei “villaggi urbani” di Yona Friedman, la società autonoma sarebbe costituita da una molteplicità di comunità geografiche, ciascuna con un proprio centro e un insieme completo di attività diversificate, nelle quali l’esistenza e le relazioni quotidiane ridiventerebbero umane. Il risultato di questa deindustrializzazione, realizzata grazie a strumenti sofisticati ma conviviali, sarebbe la prova che si può produrre diversamente e che la parte della produzione realizzabile in autonomia, pur non essendo totale, è comunque enorme”, pur non essendo totale, è comunque enorme
”.

Il passo successivo? I FAB Lab creati da Neil Gershenfeld, laboratori di fabbricazione personale. Luoghi in cui invece di comprare o ordinare un prodotto è possibile scaricare o sviluppare la sua descrizione , fornendo all’utente il progetto e le materie prime per farselo da sè. Si parte dalla tecnologia per tornare al lavoro artigiano, non a caso il libro di Gershenfeld inizia così “C’era un tempo in cui educazione, industria e arte erano integrate nel lavoro dell’artigiano del villaggio…

Insomma, questo è il nostro futuro: la fabbricazione in proprio di qualsiasi oggetto d’uso comune come terreno per restaurare i rapporti familiari e sociali, riappropriarsi del tempo libero, liberarsi dal consumismo.

L’antropologia secondo Philippe Descola: l’ecoantropologia

In Antropologia culturale on 14 agosto 2011 at 16:42

Qualche giorno fa è uscita su La Repubblica un’intervista a Philippe Descola ( a cura di Marino Niola), erede della cattedra che fu di Lévi-Strauss al Collège de France. Leggendola non ho potuto fare a meno di vedere come parte del pensiero di Descola si riallacci a quello di Serge Latouche, sarà che in Francia l’antropologia non si guarda troppo l’ombelico (come qui da noi) e lavora con una prospettiva sia teorica che pratica, o comunque con un occhio attento al futuro e alle implicazioni sociali che riserva.
Mi è piacito questo approccio che l’antropologo francese propone, che va oltre l’uomo: se l’antropologia di Lévi-Strauss era una grande teoria sull’uomo, l’antropologia di oggi invece deve andare al di là dell’umano. L’uomo da solo non le basta più. Perché natura e cultura sono una sola cosa. Società e ambiente una sola casa. Le neuroscienze, l’etologia, la genetica, l’ecologia parlano chiaro. Noi bipedi col dono della parola non siamo l’ombelico del mondo, ma una parte del vivente, che ci piaccia o no.

Riporto qui di seguito l’intervista, merita alcune riflessioni.

Lévi-Strauss ha fatto dell’antropologia uno dei grandi saperi del Novecento. Ha dimostrato che dietro le differenze tra le culture ci sono delle analogie nascoste che consentono di ricondurre la miriade di diversità a poche leggi generali, comuni a tutti gli uomini.
Trattava le differenze tra le culture come variazioni di uno stesso tema musicale. E la sua grande lezione è che il compito dell’antropologia è quello di andare oltre le differenze di superficie, oltre l’etnografia, per raggiungere ciò che ci rende tutti egualmente umani.

O addirittura tutti viventi. Umani e non umani. In questo Lévi-Strauss ha anticipato quel sentimento dell’unità fra società e natura che coinvolge milioni di cittadini globali. Non è un caso che lei abbia scelto di ribattezzare la sua cattedra “Antropologia e natura” facendosi così continuatore del Lévi-Strauss più attuale e profetico.

Il fatto è che gli uomini non sono soli sulla scena dell’umanità. E il resto, quello che di solito si chiama natura o ambiente, non è una nostra proprietà, né una nostra proiezione, né tanto meno una semplice risorsa a disposizione del nostro sviluppo. Le altre creature, animali, piante, minerali, sono altrettanti coinquilini del mondo. Non solo cose o forme di vita, ma veri e propri agenti sociali che hanno gli stessi diritti degli umani. E spesso dei tratti in comune, che non sono meramente biologici ma addirittura culturali. Ecco perché oggi l’antropologia non può più limitarsi all’uomo, ma deve estendere il suo sguardo su tutti gli esseri con i quali interagiamo e conviviamo.

E del resto la nostra idea di natura è piuttosto recente.

Comincia a svilupparsi solo nel XVII secolo, all’inizio della modernità, quando il mondo viene diviso in due parti. Da una parte l’universo delle convenzioni e delle regole, ovvero la cultura. Dall’altra il mondo dei fenomeni e delle leggi di natura.

Da una parte la persona umana, dall’altra le non-persone, cioè tutto il resto. Ma in questo modo il vivente viene tagliato in due e separato da una parte di sé. È stata questa concezione a legittimare il dominio e lo sfruttamento. Dell’uomo come della natura?

Certo. Oltre tutto questa opposizione fra cultura e natura, fra l’uomo e le altre creature, non è nemmeno universale. Molti popoli non la condividono. Basti pensare al primo capitolo della nuova costituzione dell’Ecuador che tutela proprio i diritti della natura. Dove la natura, a differenza che da noi, appare una sorta di persona vivente. Proprio come la Pachamama, la terra madre delle religioni mesoamericane.

Non a caso il presidente boliviano Evo Morales e un summit latinoamericano hanno riconosciuto che gli ecosistemi in quanto tali sono titolari di diritti. Un modo diverso di impostare i problemi che, anche alla luce di drammi come quello del Corno d’Africa, dovrebbe cominciare a influenzare l’agenda politica planetaria, soprattutto in tema di beni comuni.

In molti paesi del mondo è inconcepibile che le risorse vitali siano privatizzabili. L’idea stessa che esista un mercato dei beni di sussistenza è un caso eccezionale nella storia dell’umanità. Già Aristotele nella Crematistica, la scienza della ricchezza, poneva in questione la legittimità della compravendita dei beni indispensabili per la sopravvivenza. Quel che è interessante è che oggi sempre più persone prendono coscienza del fatto che alcune risorse sono intoccabili perché non appartengono solo agli uomini ma a tutti gli esseri viventi. E addirittura all’insieme degli ecosistemi.

Cioè al pianeta nella sua totalità indivisibile, nella sua integrità vitale che comprende anche noi in quanto nati dalla terra.

In questo senso l’antropologia ha un compito importante che è quello di far conoscere altri modelli di umanità. Mostrare in che modo le altre civiltà hanno affrontato e risolto problemi analoghi ai nostri.

Quali sono le tre grandi urgenze del nostro tempo?

Ecologia, tecnologia e coesistenza con le altre civiltà. Tre questioni riconducibili a una sola, cioè come far coabitare, senza troppi danni, rinunce e conflitti, tutti gli occupanti del pianeta. E se non si arriva a questo ci sarà una catastrofe. Ambientale, demografica e informatica.

Perché informatica?

Perché verremo sommersi da una valanga di informazioni sempre più incontrollabili, incongrue, pericolose». Saremo sommersi anche da montagne di rifiuti digitali insomma. Ma la politica le sembra all’altezza del compito? «Purtroppo no. Oggi vedo una grande pusillanimità nei politici e nei vari G7 o G20. Mancano di coraggio e di immaginazione. Sono sempre in ritardo sulla realtà. Anche perché sottovalutano il ruolo della cultura nell’elaborazione delle politiche sociali e ambientali. E di solito non si va molto oltre qualche pensierino politically correct sulla necessità del dialogo tra le culture. Ma non ci credono davvero.

Sembrano crederci sempre di più le persone comuni. I movimenti che agitano in questo periodo il mondo che sembrano fatti separati, sono forse i sintomi di un nuovo senso comune?

Sì, sempre più persone sono consapevoli che il modello di sviluppo che ha retto il mondo in questi ultimi due secoli si sta sbriciolando. Direi che questi movimenti sono esercizi di futuro, i primi passi verso una nuova democrazia globale.

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#Barbera2: Vitico(u)ltura e Twitter

In Antropologia alimentare, Antropologia culturale, Cultura del vino, Esperienze su campo on 25 maggio 2011 at 20:12


Che cosa devi aspettarti quando un evento nasce su Twitter? Quando per mesi lo vedi nascere, crescere, arricchirsi seguendo sia Gianluca Morino @gianlucamorino che Monica Pisciella @Wineup trascinare tutti in un’avventura fatta di vino, territorio e persone?

Ti aspetti una degustazione di 5 barbera piemontesi e 5 californiane introdotte da qualche accenno di antropologia, agronomia, enologia e sociologia.

Ti aspetti le presentazioni appassionate dei produttori PDC Wines, Cascina Gilli, Muscardini Cellars, Cascina Garitina, Boeger Vineyards, Vigneti Massa, Cooper Vineyards, Cascina Iuli, Rosa d’oro Vineyards e Varaldo.

Ma al resto no, non sei preparata.

Davanti ai 10 calici di Barbera, ciascuno con la sua storia e la sua spiccata personalità, sono rimasta frastornata, a tratti immalinconita, pensando che lì di fronte a me era concretizzata quella storia di persone e vini dipinta a tratti netti  da Marco Manero nel suo post Vini migranti, vino e migranti.
Malinconia e orgoglio.

C’è stato poi il gesto simbolico, semplice e tangibile, dell’avvicinare uno di questi calici a una piccola barbatella di Barbera, a simboleggiare la fine e l’inizio del vino.  Un atto profondo, anarchico (penso che Veronelli fosse stato presente avrebbe gongolato) che tante parole avevano promesso (premesso?) e che il gesto ha realizzato. Lo dobbiamo a Stefano Calosso e a sua moglie Valeria De Martini. Come sempre a loro dobbiamo il dono, per ognuno dei partecipanti, di una barbatella, 100 piante che insieme daranno vita a un piccolo vigneto.
Quando il gesto può più della parola.

Aspettando di vendemmiare, e bere il vino prodotto da questa piccola vigna, vi lascio il testo del mio intervento a #Barbera2.

 

 

Il caso della Melanzana ebrea ovvero #siamoalverde

In Antropologia alimentare, Antropologia culturale on 10 aprile 2011 at 11:05

Da qualche giorno su Twitter è stato inaugurato un nuovo hastang #siamoalverde per evidenziare una discussione nata da una riflessione di Vittorio Rusinà aka @tirebouchon. Vittorio si chiedeva come mai, nella maggioranza dei ristoranti italiani, è difficile trovare ricette a base di verdure. La presenza di vegetali come contorno è indubbiamente presente, l’interrogativo riguardava proprio sulle verdure in quanto ricette  uniche, a sostituzione di un primo o di un secondo (se non di ambedue).

Mentre scorrevano i contributi  della discussione nella mia timeline, mi è venuto spontaneo osservare che nella cucina ebraico-romanesca vi è una forte presenza di questo tipo di ricette, proprio in virtù del fatto che gli Ebrei sono sempre stati dei forti consumatori di verdure e quindi molto ricettivi nel sapere adottare, all’interno della loro cucina, i frutti della terra che incontravano durante la Diaspora. Una caratteristica della cucina ebraica infatti, oltre al rispetto della kasherut (per un approfondimento di questa cucina e dei suoi basilari vi rimando ad un mio precedente post sulla cucina ebraico-romanesca) è proprio l’apertura alla novità, ai gusti e sapori inediti. Se a questo aggiungiamo che la cucina ebraica è una delle  più antiche in Italia, riusciamo facilmente a capire perchè ha così profondamente plasmato la ristorazione romana fino ai nostri giorni.

In particolare sul versante “verde” è a loro che dobbiamo l’adozione della patata, guardata per decenni con grande diffidenza dalle popolazioni europee, e invece accolta subito con favore sulla tavola degli Ebrei. Stesso discorso per la melanzana, malignana o petonciano, la cui evoluzione nella cucina ebrea è interessante e istruttiva.

Il suo consumo è attestato nel tardo Medioevo tra gli Ebrei della penisola iberica e dell’Italia merdidionale, che lo avevano adottato dalla cucina araba. Dopo l’editto di espulsione degli Ebrei dalla Spagna del 1492 la melanzana approda sulla mensa delle comunità ebraiche dell’area mediterranea, dove diventa l’equivalente della patata dei nostri giorni. E’ però considerata un cibo plebeo, tipico della cucina povera e non sofisticata, anche in relazione al fatto che si pensava nuocesse alla salute, arrivando addirittura ad avvelenare chi se ne nutriva con ingordigia.
Privata dell’amaro ritenuto tossico, la berenjena, come era chiamata dagli Ebrei sefarditi esuli dalla Spagna, era cucinata in un’infinità di modi e in particolare fritta e marinata nell’aceto, con l’aggiunta facoltativa di aglio e rosmarino (in Spagna, Portogallo e Italia) e con ripieno di carne macinata, riso e  spezie (nei Balcani).

Al suo ambiguo fascino cede anche Bartolomeo Scappi, che ci riporta la  dettagliata ricetta della “torta di molignane“, uno sformato di melanzane cotte nel burro, sistemate a strati e “tramezate di fette di provatura o di cascio et pangratato“.

Il tragitto gastronomico della melanzana, in Italia, risulta alquanto problematico. Si raccomandava infatti che questo vegetale fosse consumato solatanto dagli Ebrei, in quanto apparteneva alla cultura alimentare di gente ritenuta povera o indegna. Le melanzane sono quindi “per gli hebrei costumato cibo” (Vincenzo Tanara), così come per la servitù e il popolino. Del resto, dal Cinquecento, nelle città dell’Emilia l’appetitoso e plebeo petonciano era considerato da tutti “mangiare giudeo“.

E’ Pellegrino Artusi a risollevarne le fortune, affermando che le scelte gastronomiche ebraiche, in merito alle melanzane e ai finocchi (questi ultimi amatissimi dagli Ebrei romani insieme ai carciofi) si erano rivelate lungimiranti: “In questo, come in altre cose di maggior rilievo essi hanno sempre avuto buon naso più de’ cristiani“.
E’ comunque un fatto che le melanzane, anche nelle varie espressioni della cucina ebraica, costituissero un mangiare diffuso tra i ceti meno abbienti, e fossero volutamente ignorate dalle cucine più ricche ed elaborate.
E’ prevedibile, quindi, che nella povera cucina del ghetto di Roma, in pieno Ottocento, fossero ricordate con orgoglio le arcaiche ricette delle “malignane soffritte in concia” (come le zucchine), ovvero fritte e messe a macerare in una marinatea di agresto (l’agresto è una salsina densa a base di mosto d’uva, dal sapore acidulo), aglio e basilico, oppure scinicate, cotte in umido con olio, cipolla e succo di limone.

L’excursus sulla melanzana “ebrea” serve tra l’altro a farci capire meglio la funzione di intermediazione della cucina ebraica, facilmente ricollegabile alla sua identità alimentare che si manifesta non soltanto in rifiuti riconducibili alle interdizioni religiose, ma anche e soprattutto in adozioni e scelte diverse, in molti casi sorprendenti e spesso di grande rilevanza degli alimenti.

E per concludere una ricetta di cucina ebraica a base di melanzane (mi sembrava doveroso) e un video di Un tocco di zenzero girato al Scannabue cafè a Torino su #siamoalverde

Malignane scinicate
Ingredienti

  • 3 o 4 melanzane piccole o di media grandezza
  • uno spicchio d’aglio
  • qualche fogliolina d origano fresco
  • mezzo cucchiaino di zafferano in stigmi
  • un cucchiaio di aceto balsamico invecchiato
  • un cucchio e mezzo di aceto di vino
  • farina, olio d’oliva, sale, pepe

Per fare le malignane sofritte e scinicate. Piglia le malignane et falle ben nettare et mondare sottilmente; poi poni al foco un poco d acqua et falli dare uno bullore. Taglia in quarti et poni in quell’acqua un poco de sale. Non le lassare bullire più doi minuti, poi cavale fora sopra uno tagliero et falle asciugare. Poi infarinale et frigile. Et como le avrai frite, scola fora quasi tuto lo olio, poi piglia uno spico de aglio et pistalo bene cum uno quarto di queste malignane, et poi abbi uno poco de origano et pistalo con lo aglio et uno poco de zaffrano et sale. Poi distempera tutte queste cose insieme cum agresto et uno poco de aceto. Getta ogni cosa insieme in la padella a frigere un poco et poi manda a tavola.

Fonte: Roma XV-XIX secc.; An.,  La sparsciandata
Bibliografia: C. Benporat, Cucina italiana del Quattrocento, Firenze 1996, pp. 190, 240; De Benedetti, Poesia nascosta,cit., pp. 141-145, 155; Ascoli Vitali-Norsa, La cucina nella tradizione ebraica, cit., pp. 194-199

[la ricetta delle malignane scinicate e il testo de La sparsciandata sono tratte da "Mangiare alla giudia" di Ariel Toaff, Il mulino, Bologna, 2000]

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Carnevale e Tradizione

In Antropologia alimentare, Antropologia culturale on 5 marzo 2011 at 07:55

Le frappe di Barbara Voarino

Continua la fortunata collaborazione con  Sandra Salerno alias  Un tocco di zenzero. Questa volta abbiamo deciso di curiosare tra le tradizioni enogastronomiche e culturali del Carnevale, con ricette e abbinamenti enogastronomici. Un piccolo libretto da scaricare e leggere in tutta comodità qui.

I misteri del monte di venere di Duccio Canestrini

In Antropologia culturale, Recensioni e libri on 9 gennaio 2011 at 09:57

Duccio Canestrini è sempre stato un antropologo eclettico e fuori dagli schemi; il suo ultimo libro, “I misteri del monte di venere“, sin dal titolo si presenta abbastanza singolare. Già, perchè parlare della.. della… già – come evidenzia il nostro autore – il problema inizia proprio qui: come chiamarla? Superato l’empasse possiamo addentrarci in questo agile volumetto, di semplice lettura e molto accattivante. Affrontare una tematica un pò scottante come l’etnografia del sesso femminile ci proietta, per forza di cose, oltre la nostra cultura, perchè ogni cultura l’ha inquadrato e indagato secondo propri criteri.

Lo scopo è ottenere una visione meno angusta, storicamente e ideologicamente meno condizionata, di ciò che le donne e gli uomini hanno costruito o hanno “combinato” in quella sfera sociale chiamata “sessualità“, e in particolare intorno al sesso femminile. Il filo conduttore del testo è indubbiamente storico ed evolutivo: si inizia dalla preistoria della vagina, documentandone l’archeologia e raccontandone i miti e il simbolismo così da essere traghettati dalla cultura popolare fino alle problematiche della contemporaneità. Il tutto declinato in tre sezioni: la prima dedicata ai miti e ai riti sessuali, la seconda alla cultura fisica del sesso femminile (dimensioni, mestruazioni, verginità) e la terza alla vagina “lavorata”, oggetto di tutta quella serie di azioni culturali che ne modificano l’aspetto e il significato (modificazioni, piercing e chirurgia estetica).

Come donna davo per scontato di saperne abbastanza, ma molto di ciò che pensavo di sapere era semplicemente scontato e non me ne chiedevo i motivi. Così, leggendo la prima parte del libro, rimango folgorata dal legame cibo-vagina. In particolare dal legame tra la fertilità della donna e la Madre Terra. Non a caso Canestrini ci riporta a un’antica usanza delle contadine dell’Est europeo che mostravano il sesso alle pianticelle di lino dicendo “Vi prego, crescete fino a questa“.
In altre regioni, italiane e non, la tradizione ci rimanda a dolci e pani a forma di pube. Nella Sicilia greca questi erano chiamati mylloi ed erano focacce di sesamo e miele in offerta a Kore e Demetra. Ma l’usanza di confezionare dolci e pani riproducenti gli organi sessuali femminili (anche maschili) è comune a tutto il mondo romano e si estende a tutto il Medioevo. In Francia, i pani a forma di vulva erano detti miches, parola che ci ricorda le nostre michette, dette anche spaccatine. Ancora in Sicilia troviamo la cucchia o cuccia, un pane composto da due metà unite. Mentre a Palmi, in Calabria, il giorno di Pasqua la ragazza dona al fidanzato un pane dolce tradizionale; ‘a cuddhura (dal greco kollura, focaccia) che ha la forma di un ferro di cavallo con il foro centrale chiuso da un uovo, simbolo beneaugurale della vulva. Panificazione e sesso: il simbolismo dilaga felicemente, da millenni, nel nostro Meridione, e Canestrini ce ne racconta la storia.

La seconda parte del volume, oltre a narrarci la fisiognomica erotica del sesso femminile (nel nostro e altrui folklore), passando con leggerezza per il mito del punto G e il clitoride, mi regala la stupefacente storia del vibratore. Esterrefatta leggo che questo strumento nasce nei manicomi e negli ospedali psichiatrici per curare le donne affette da isteria (qualsiasi diagnosi essa significasse).
Non posso non sorridere, scuotendo la testa, alla notazione del nostro autore:

Fu un progresso straordinario: l’orgasmo clitorideo poteva essere ottenuto per davvero premendo un bottone, il che risparmiava un sacco di fatica a molti medici, che altrimenti dovevano masturbare manualmente le pazienti.

Si ride un pò meno nell’ultima sezione del testo, quella dedicata – tra le altre cose – alle modificazioni etniche dei genitali femminili. Qui il tono scanzonato (ma mai volgare e superficiale) lascia il posto a una seria e attenta riflessione che indaga le importanti giustificazioni culturali che ne sono alla base. Non si tratta nè di avallarle nè di screditarle, a Canestrini preme soltanto inquadrarle culturalmente, senza etichettarle tout court come “barbarie”. Ma poi siamo proprio così sicuri che anche noi, in Occidente, non abbiamo avuto le nostre di “barbarie”?

Basti pensare che fino alla seconda metà dell’Ottocento (e per più di 10 anni) la cura dell’isteria, oltre che con il vibratore, era effettuata tramite l’asportazione del clitoride, e questo nella prestigiosa London Surgical Home. Una clinica definita da Isaac Baker Brown (il ginecologo inglese che ne era a capo) una “casa di accoglienza per gentildonne e signore rispettabili sofferenti di disturbi curabili chirurgicamente”. Qui la rimozione chirurgica del clitoride, e a volte anche la sua cauterizzazione con un bisturi rovente, era un cura anche per l‘incontinenza, la ninfomania, l’epilessia e per i casi di mestruazioni irregolari. Insomma, anche noi abbiamo avuto le nostre “usanze barbare”, forse coperte dal manto della cura medica, ma paradossalmente proprio nel secolo del trionfo della scienza.

Si tornerà a sorridere con un altro tipo di “lavorazione” del sesso femminile: il piercing, i parrucchini (!!!) e la chirurgia estetica. Vere e proprie modificazioni fisiche volte a uno sterile piacere dell’occhio e del corpo.
Concludo questa recensione lasciando a Merope Generosa, interpretata dalla magistrale Anna Marchesini, la parola. Un modo per sdrammatizzare un tema un pò imbarazzante, ma che racconta bene la storia di quella magnifica ossessione che è il sesso femminile.

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Del gusto cross-culturale, il Caso della guida Michelin

In Antropologia alimentare, Antropologia cognitiva, Antropologia culturale on 18 aprile 2010 at 18:27

la guida Michelin dedicata ad Hong Kong e Macao

Incuriosita dal precedente post scritto in base al lavoro svolto da Thomas Miles ho voluto approfondire  meglio la questione relativa alla percezione del gusto in un’ottica cross-culturale, stavolta dedicata al cibo in generale e non soltanto al vino. Ho fatto una ricerca e mi sono imbattuta in un vecchio post di “Cognition and  Culture” che analizzava in tal chiave di lettura l’uscita in libreria dell’edizione della guida Michelin dedicata ad Hong Kong e Macao. La domanda che  veniva posta è se esistesse una guida Michelin valida universalmente… Mi sono subito intrigata!

Ma qual’è, intanto, la genesi di questa famosa guida? Dopo la Prima Guerra Mondiale, si diffuse in Europa l’automobile: la tratta Parigi-Nizza, sulle strade francesi 6 e 7, divenne la più frequentata, stimolando la nascita di numerosi ristoranti lungo il percorso. Nel 1900 la Michelin, casa produttrice di pneumatici, pensò di stimolare il mercato dell’automobile creando una guida ai servizi per gli automobilisti, in regalo a chi acquistava pneumatici, con indicazioni di benzinai, gommisti, meccanici, ma anche monumenti e curiosità. Solo nel 1920 vennero aggiunti gli indirizzi dei migliori ristoranti e hotel in tutto il territorio francese, e la guida fu venduta come prodotto autonomo. Nacque anche la mascotte Bibendum (il famoso “omino Michelin”). Nel 1926 venne introdotta la prima stella per segnalare i migliori ristoranti di provincia, e con l’edizione 1931 si sviluppa il sistema delle tre stelle, esteso anche ai locali parigini. Da qui in poi l’evoluzione di questa guida non conosce limiti né di paese né di lingua. Negli ultimi anni poi, alla valutazione simbolica e numerica del ristorante si sono aggiunte descrizioni coincise dell’ambiente e dei piatti più originali e carte del paese  con indicazione dei ristoranti stellati.

Fino ad ora la Michelin  ha limitato il suo campo di azione All’occidente, ora  nonostante le differenze con la cucina occidentale, la cucina cinese rappresenta una sfida interessante per gli  editor della Michelin.

Si fa una certa difficoltà a pensare di poter imparare ad apprezzare (e valutare) una nuova tradizione culinaria  dimenticando quelle che sono le nostre avversioni da occidentali (relative a ricercatezze gastronomiche come possono essere per esempio le uova centenarie).Ci si chiede, quindi, se  i giudici della Michelin saranno in grado di valutare correttamente  i ristoranti di Hong Kong.

Il disgusto è una disposizione universale. C’è una specifica espressione facciale e delle caratteristiche reazioni  psicologiche che lo identificano (se per esempio un oggetto ritenuto disgustoso entra in contatto con uno che non  lo è, quest’ultimo viene ritenuto contaminato, e quindi disgustoso). Il disgusto è un utile strumento psicologico  per degli onnivori quali sono gli esseri umani, ci permette infatti di imparare dagli altri quale cibo è  commestibile e quale no. Secondo gli studi condotti da Paul Rozin è dai 0 agli 8 anni che si sviluppa il nostro  senso del disgusto, dopo questo periodo ciò che è stato classificato come disgustoso resta tale per tutta la vita.  Il disgusto è un ottimo esempio di incapsulazione: si può tentare di bypassare le nostre avversioni, ma non si sa  bene per quale ragione, nulla ci convincerà pienamente che il cibo che si sta mangiando è commestibile se abbiamo anche lontanamente il dubbio che non lo sia. Il disgusto è  quindi sia universale che culturale. Come il linguaggio, è un meccanismo universale che ha bisogno di input  culturali.

Il modo in cui funziona il disgusto può farci pensare che giudici che sono cresciuti nell’ambito della cultura  occidentale non possano essere in grado di giudicare e apprezzare pienamente la cucina cinese. Certo, c’è una cucina cinese per  gli occidentali, ma se la Michelin  scegliesse dei giudici cinesi la guida sarebbe di qualche utilità per un  pubblico occidentale? O c’è bisogno di una guida di Hong Kong per occidentali, un’altra per i cinesi e  probabilmente molte altre guide per ogni tradizione culinaria? Oggi il relativismo non è più un fattore empirico quanto una precauzione metodologica. Come Micheal F. Brow  suggerisce in un recente articolo di Current Anthropology, gli antropologi hanno cessato di aderire alla tesi  secondo la quale le persone vivono in mondi differenti e considerano il relativismo solo una modalità di sospensione  del giudizio per meglio osservare una credenza o una pratica all’interno del loro contesto di appartenenza.  Comunque sia, la cucina può essere uno dei pochi contesti nel quale il relativismo empirico è completamente valido.  Sembra che per la cucina  si viva in mondi differenti e non comparabili tra loro. Read the rest of this entry »