
Sempre più spesso si sente parlare di mirabili scoperte archeologiche sul vino più antico: l’ultima lo data al 6100 a.C., collocando la sua “invenzione” in Armenia. Sicuramente il vino, è ancora più antico di questa datazione.
C’è una differenza sostanziale tra vino del Paleolitico (da 2,5 milioni a 10.000 anni fa circa) e vino del Neolitico (dal 8.500 al 4000 a.C. Circa). Patrick E. McGovern lo racconta in questo suo libro: un’introduzione scientifica allo studio del vino in quella che si può definire la sua preistoria, così spesso dimenticata dagli storici del vino e delle altre bevande fermentate che affidano troppo spesso i loro studi esclusivamente alle fonti letterarie, dimenticandosi completamente dell’apporto dell’archeologia.
L’archeologia, infatti, insieme alla geologia e all’archeobotanica, è in grado di fornirci strumenti migliori per indagare gli inizi della viticoltura, rispetto allo studio dei soli testi antichi. L’applicazione delle tecniche microchimiche (archeologia molecolare) ai residui archeologici ha permesso di apportare importanti scoperte a quella “storia del vino” che McGovern traccia muovendosi dal Caucaso verso l’Egitto e la Grecia, fino all’estremo nord dell’Europa.
il nostro autore parte da ciò che chiama “Ipotesi paleolitica”, ovvero il primo incontro tra l’uomo e la vite (in questo caso parliamo di vite selvatica euroasiatica: Vitis vinifera L. subsp. Sylvestris, progenitrice della specie domestica). Si tratta di una fase caratterizzata da una produzione causale di vino, legata alla disponibilità e dalla raccolta stagionale, che lasciò il passo alla nascita dell’agricoltura con il Neolitico e quindi all’addomesticamento anche della vite. In questa seconda fase si verificarono contemporaneamente le condizioni necessarie per l’invenzione della viticoltura, ovvero della produzione intenzionale e su larga scala di vino.
In questo viaggio nel tempo e nella culture antiche tracciato dall’espansione della vite domestica, che si sviluppa in tutta l’Età del Bronzo e del Ferro fino all’affermarsi delle culture dei Greci e dei Romani, è impossibile non vedere quanto la storia del vino e della vite si sia intrecciata alla cultura umana, accompagnandola fino ai nostri giorni. L’agricoltura dà vita alla stratificazione sociale e con questa le classi che salgono al potere, grazie alle risorse e al tempo libero, adottano uno stile di vita enocentrico tale da accompagnarli dalla culla alla tomba. E visto che una bevanda così speciale necessitava di servizi e recipienti per servirla e berla, il vino venne presto associato a recipienti peculiari in materiali in linea con l’evoluzione tecnologica e lo status sociale. E’ su questo tipo di recipienti che McGovern punta la sua attenzione durante le sue ricerche, epoca dopo epoca e cultura dopo cultura. Grazie allo studio dei residui presenti negli orci antichi è possibile stabilire se un recipiente ha contenuto o meno del vino antico: l’archeologia molecolare e le analisi di laboratorio ci confermano questa eventualità se:
- C’è presenza di acido tartarico e/o uno dei suoi sali;
- lo stile, le dimensioni e la forma del recipiente è atto a contenere un liquido;
- se c’è stata fermentazione;
- la presenza di tentativi intenzionali di eliminare le infiltrazioni di ossigeno (tappi, guaine impermeabili, aggiunte di resine arboree).
I capitoli 3 e 4 de l libro (“la ricerca archeologica e chimica del vino più antico” e “Vino neolitico!”) sono quelli più ostici per chi, come me, non mastica chimica e botanica; eppure, nonostante i tecnicismi, non posso nascondere che le analisi di laboratorio descritte hanno un loro fascino rispondendo a saperi altrimenti dati per ovvi, ma che “ovviamente” non lo sono.
Storia, archeologia e antropologia si mescolano armoniosamente in questo testo, tanto da risultare un libro basilare per chi si vuole avvicinare al vino concedendosi il lusso di un background culturale e scientifico di tutto rispetto.
La vite e il vino accompagnano l’evoluzione culturale dell’uomo e, per capire perché il vino si sia sempre distinto dalle altre bevande fermentate ottenendo uno status particolare e preminente, bisogna arrivare alle origini di questo rapporto, di come questo sia stato il modo più facile e veloce per ottenere – in Occidente – l’alcol etilico, la droga più efficace di tutti i tempi.
Un analgesico, un disinfettante e una panacea medicamentosa: ecco il vino. Se aggiungiamo che ha profonde virtù di alterazione della mente perché rilascia nel nostro cervello composti naturali oppiacei dai piacevoli effetti (endorfine ed encefaline), si capisce anche la sua forte funzione di lubrificante sociale che facilita le relazioni con gli altri e un buon modo per rilassarsi alla fine di una giornata di lavoro.
La potenza tangibile e apparentemente ultraterrena del vino dovette stupire i primi uomini, che lo associarono da subito al contesto religioso, e tale rimase fino all’epoca dell’Europa post-romana: esclusivamente legato alla Chiesa cristiana in origine, il vino diventa poi aristocratico, poi commerciale e borghese, infine popolare a tutto tondo.
McGovern ci accompagna fino alla Grecia arcaica, analizzando il vino antico in ognuna delle sue molteplici sfaccettature. Poche speculazioni e molta pratica, così è il lavoro di un bravo archeologo che, se proprio non riesce ad arrivare alla “verità”, cerca quanto più possibile di appoggiarsi alla solidità della ricerca scientifica per avvallare le sue ipotesi. Perché come dice il nostro autore in chiusura di libro:
“La storia della “cultura del vino” antico, comunque, non è stata ancora narrata del tutto. Il pieno potenziale genetico e sociale della Vitis vinifera vinifera e delle numerose specie di vite in tutto il mondo può essere compreso appieno soltanto riportandolo nella culla, dove quelle piante fiorirono per la prima volta e dove si adattarono in modo eccezionale al loro habitat. Chiamatelo l’Eden della viticoltura, se volete. La caccia archeologica e chimica continua”.
Quale è, secondo McGovern, l’Eden della viticoltura? Il Caucaso.
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