Lucia Galasso

Archive for the ‘Ecoantropologia’ Category

La Decrescita di Latouche e il paragone con la cucina

In Ecoantropologia, Recensioni e libri on 14 settembre 2012 at 07:23

copertina libro

In un periodo come quello che stiamo vivendo, dove un vecchio sistema si intestardisce a tramandare e riproporre schemi economici che hanno dimostrato tutta la loro debolezza e inconsistenza (a livello sociale ed ecologico) leggere “Come si esce dalla società dei consumi” di Serge Latouche può aiutare molto nella comprensione delle motivazioni  che sono dietro questa testardaggine. La Crescita, di cui sentiamo tanto parlare come unica soluzione

è soltanto quella del capitalismo e si limita a un processo di distruzione della civiltà contadina e artigiana, insieme alla rapina imperialista nel resto del mondo“.

Pensare che le risorse del nostro pianeta siano illimitate è un modo miope di considerare il futuro, contiene i semi di un’autodistruzione ormai avviata, e della non considerazione assoluta delle generazioni che verranno. La risposta è la “Decrescita“, un termine e un modo di agire ormai diffusi che Lautoche ha ben enucleato nei suoi libri e conferenze. In questo libro troverete molta della teoria su cui si basa il suo progetto di democrazia ecologica e società di abbondanza frugale. In alcuni passaggi è un po’ ostico, ma gli spunti che dissemina sono fonte di riflessioni profonde, interessanti, e, cosa più importante, praticabili. Poca retorica e molta lucidità anche su concetti come “sviluppo sostenibile“, “commercio equo e solidale“, troppo spesso specchietti per le allodole se pianificati con gli stessi strumenti del consumismo.

La soluzione per attuare al meglio questa matrice di possibilità, teorizzata dall’Autore, avviene attraverso le 8 R:

  1. Rivalutare;
  2. Riconcettualizzare;
  3. Ristrutturare;
  4. Rilocalizzare;
  5. Ridistribuire;
  6. Ridurre;
  7. Riutilizzare;
  8. Riciclare.

E’ questo il modo di realizzare questa utopia concreta auspicata da Latouche, e lui stesso, attraverso le R, ce ne illustra la teoria e la pratica (anche se la teoria spesso supera, nelle sue dissertazioni, la pratica).

C’è poi un approccio spirituale alla Descrescita che non poteva non affascinarmi: l’etica della Decrescita unisce disciplina personale e impegno nel mondo. E’ ascesi che si traduce in una lotta contro la tossicodipendenza da consumismo e, al contempo, accettazione dell’essere attraverso l’interiorizzazione della bellezza del cosmo, vissuta come un dono. Qui si apre la critica che l’Autore muove alla tradizione cristiana che vede la natura creata per servire l’uomo e che quindi lo deresponsabilizza da ogni scelta ecologica e agricola a differenza di quanto accade nelle altre religioni come quelle buddista e induista. Critica sottintesa nella visione  cosmoteandrica di San Francesco d’Assisi, palese in Adolf Portmann, Vittorio Lanternari e in Wendel Berry. Ecco quindi che ai miei occhi il prezioso libricino “Il dono della buona terra. I fondamenti della responsabilità ecologica e del giusto uso umano della natura nel Vecchio e nel Nuovo Testamento” di W. Berry trova integrazione in un contesto ampio, sociale, conviviale dove la religione può tornare a essere naturale, ovvero vita onesta e coscienza del “giusto modo di vivere”.

Neppure quello che abbiamo nel piatto, frutto di scelte agricole e politiche, è immune da Crescita e Descrescita. Il cibo così saldamente legato all’universo e all’universalità della religione, qualunque essa sia, è punto nevralgico del nostro Essere-Al-Mondo. Ecco perchè Latouche propone un paragone tra Decescita e gastronomia che in sé contiene buona parte del suo messaggio. Credo che questo brano possa far comprendere meglio il pensiero di questo Autore, di cui consiglio vivamente la lettura:

“La cucina è una buona metafora del destino dell’utopia meridiana e al tempo stesso un buon indicatore della sua fondatezza. C’era una dieta mediterranea, il famoso regime cretese, a base di grano duro e legumi (secchi e freschi), accompagnati da un poco di carne o pesce e olio d’oliva, oltre che da frutta. Questo regime è stato ampiamente abbandonato sulla riva nord del Mediterraneo, e lo è sempre di più anche sulla riva sud, a vantaggio di una dieta transnazionale, quella del cibo spazzatura (junk food). Questa dieta, causa di obesità e di malattie cardiovascolari, si inserisce nella generale dipendenza da consumo generata dalla società della crescita, da cui il progetto della decrescita vuole liberarci.
Certo, per l’obiettore di crescita l’obesità che si va diffondendo è legata all’insieme dello stile di vita prodotto dalla società della crescita: diminuzione dell’attività manuale a vantaggio di una vita sedentaria e passiva negli uffici (e anche nelle fabbriche), diminuzione degli spostamenti a piedi a vantaggio dei tragitti in automobile, compensata in modo del tutto inadeguata dalla moda del jogging e della bicicletta. Tuttavia, l’obesità è un fenomeno che chiama specificamente in causa innanzitutto il regime alimentare prodotto dalla società consumistica, soprattutto nella sua fase più recente (di cocacolizzazione e di macdonaldizzazione). In effetti la globalizzazione ha trasformato il regime alimentare dei consumatori creduloni e imprudenti, sedotti dalle apparenze e felicissimi di consumare fuori stagione splendidi frutti calibrati (spesso insipidi e velenosi) arrivati dall’altra estremità del pianeta. Si è passati così da un’alimentazione equilibrata basata su un metabolismo millenario (il famoso modello cretese o mediterraneo) a un’alimentazione industriale, troppo ricca di zucchero, grasso, sale e molecole di sintesi. Per esempio, secondo uno studio di Didier Raoult, direttore del laboratorio di virologia dell’Hopita de la Timone, a Marsiglia, gli yogurt cosiddetti “di salute” Activia o Actimel, imbottiti di probiotici, i “buoni batteri attivi e vivi” (Danone dixit), sarebbero uno dei fattori che favoriscono l’obesità. La cosa non sorprende, se si pensa che sono le stesse molecole che vengono propinate negli allevamenti industriali a maiali e pollame per ingrassali. D’altra parte, l’abuso di carne, soprattutto rossa, sarebbe responsabile dell’insorgenza del cancro.
I fast food sono diventati il simbolo di questo modello da eliminare, di cui Yves Cochet dà la gustosa formula: “Produttori mal pagati+energia a buon mercato+bassi costi di trasporto+trasformazione da parte di proletari stranieri+ impatti ambientali e sanitari non contabilizzati=alimentazione “moderna” a buon mercato per consumatori occidentali frettolosi”. Contro tutto questo si battono sia gli obiettori di crescita che il movimento Slow Food. In effetti è proprio dall’Italia, con Carlo Petrini, che è partita la reazione, con la riabilitazione della cucina meridionale. Si può dire che il movimento Slow Food rappresenti il versante culinario del progetto della decrescita. Il fatto che i partigiani della decrescita si occupino di gastronomia può sorprendere. Ma mangiare è diventato, secondo l’espressione di Petrini, un “atto agricolo”, se non addirittura un atto politico. Interrogarsi sul contenuto del piatto che ci sta davanti rivela una legittima propensione ai piaceri del palato, e al tempo stesso la gastronomia ha un rapporto con la totalità della vita sociale. Un gastronomo che non è anche ecologista è un imbecille, ma un ecologista che non è gastronomo è un personaggio triste, ama ripetere Petrini. Il socialista Charles Fourier, precursore della decrescita, diceva già: “Si avranno dei buoni prodotti agricoli quando tutti i consumatori, picchi o poveri, saranno conoscitori esigenti della qualità. E’ necessario che l’umanità diventi gastronoma prima di diventare agronoma”. Probabilmente un’alimentazione sana e gustosa e un buon modo di procedere sulla strada della decrescita, oltre che un mezzo per combattere l’obesità”.”
(Serge Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, 2011, Bollati Boringhieri, pag 157-159)

 

La memoria dei contadini: un convegno molte riflessioni

In Antropologia culturale, Ecoantropologia on 20 novembre 2011 at 18:52

Si è conclusa da circa una settimana la manifestazione “La memoria dei contadini. Musei, biodiversità e saperi della terra”, alla quale ho partecipato ospite del Comune di Santarcangelo di Romagna come relatrice a una delle due sessioni del tavolo dedicato a “Musei e Saperi della Terra”. Un’occasione interessante non solo per presentare un lavoro ma anche per osservare il percorso che l’antropologia sta conducendo nel ripensare la museografia e in special modo quella dedicata al mondo contadino.

E lo fa ponendosi tutta una serie di interrogativi indice del fatto che, al pari dei musei, sta rivitalizzando il suo operato indirizzandosi come materia applicata e non solo teorica. L’antropologia dell’alimentazione, o della produzione degli alimenti è sempre stata vista dagli antropologi come materia poco dignitosa per un’indagine seria, scrupolosa, scientifica e quando lo ha fatto è accaduto sempre in relazione a studi in cui il cibo era espressione di un fenomeno altro, quasi un corollario. Ora qualcosa sta cambiando. E’ un buon segno quello di antropologi che si incontrano e si mettono a parlare di agricoltura; sta nascendo un’etnografia delle agricolture contemporanee che dialoga con una museografia dell’agricoltura contemporanea per fare sì che i musei si trasformino in presidi del territorio.
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L’Open Source Ecology

In Antropologia culturale, Ecoantropologia on 20 agosto 2011 at 06:51

Marcin Jakubowski

Serge Latouche

Neil Gershenfeld

 

 

 

 

 

 

 

Dall’ecoantropologia alla Open Source Ecology sembra che la distanza sia minima, mi ritrovo così a riflettere su come, inevitabilmente, le cose stiano cambiando proprio in base a quanto contenuto nel mio precedente post. Leggendo La Repubblica del 17 agosto 2011, a firma di Jaime D’Alessandro, mi imbatto in un articolo che mi colpisce subito dal titolo “Turbine, trattori e pannelli solari, il kit per una civiltà in miniatura”. Scopro così che esiste l’Open Source Ecology, figlia di quella filosofia di condivisione e miglioramento della conoscenza che è l’Open Source nata dapprima in ambito informatico e poi editoriale (e ora declinata in varie realtà).

L’open Source Ecology è una rete di agricoltori, ingegneri e sostenitori che ha come scopo la creazione di una comunità autosufficiente ed eco-sostenibile. Dal fabbisogno alimentare alla costruzione di trattori e stampanti 3D, tutto è progettato per essere fatto da sé.

Il fondatore è un giovane fisico statunitense, Marcin Jakubowski, classe 1973 (bell’annata il 1973), laureatosi a Princeton con dottorato in fisica all’Università del Wisconsin. Nel 2003 Jakubowski ha deciso che l’agricoltura era la sua vera vocazione, il motivo di questo cambio di rotta risiede in un singolo avvenimento che lui descrive così: «Mi trasferii in Missouri comprando una fattoria e acquistai un trattore ma si ruppe. Allora lo riparai e si ruppe di nuovo, finché alla fine non avevo più soldi per andare avanti. Poter accedere a strumenti low cost fatti con materiali riciclabili e pensati per durare una vita e non una manciata di anni è vitale. Ed è esattamente quello che ho fatto: progettare quel che davvero mi serviva, condividendolo online».

Da qui l’obiettivo di dare vita a comunità autosufficienti, eco-sostenibili e a basso costo; senza per questo rinunciare alle comodità della nostra società contemporanea (come dice quella famosa pubblicità? Il lusso è un diritto di tutti). Una possibile via da intraprendere per una decrescita consapevole.

Il primo passo è portare a termine entro il 2012 il Global Village Construction Set, un enorme laboratorio a cielo aperto in cui vengono assemblati 50 macchinari ritenuti necessari per regalare, partendo da zero, una vita senza rinunce a circa 200 persone. Strumenti essenziali come il trattore o il gruppo elettrogeno, il forno e l’automobile, passando per la turbina, i pannelli solari, la macina, il laser di precisione, la pressa per produrre circuiti stampati, la betoniera, l’altoforno. Tutto assemblabile a prezzi stracciati rispetto a quel che offre il mercato, e in più con alcuni requisiti innovativicome fa notare Eugenio Minucci di Alternativa Sostenibile:

  • si utilizzano materiali a basso costo (una macchina industriale di questo tipo costa otto volte meno di una sua equivalente sul mercato);
  • si persegue una logica modulare nella progettazione (un motore, ad esempio, è predisposto per essere assemblato su diverse macchine)
Immagine anteprima YouTube

Di ogni macchinario vengono prodotti almeno tre prototipi testati meticolosamente per poi arrivare alla versione definitiva. Che, su richiesta, può esser acquistata da altri agricoltori.

Nel frattempo il verbo del vivere e produrre in maniera diversa viene diffuso via Web. Lo stile di assemblaggio del Global Village Construction Set è pensato per un facile utilizzo, anche lì dove le risorse e le competenze sono scarse. L’uso dei modelli è infatti semplice da imparare, e la possibilità di consultare online i progetti lo rende ancora più approcciabile. Così il reperimento delle risorse (umane e materiali) sul territorio ha un duplice beneficio: economico e di sostenibilità, dando modo alle persone che lo vivono di potenziare le abilità che le rendono autosufficienti proprio sulla base di quella reciprocità che è alla base della socialità primaria, della famiglia, del vicinato e delle reti relazionali.

Il progetto di Jakubowski, si rifà in qualche modo al Nai Talim – l’educazione pratica all’autonomia – di Gandhi, il cui scopo era di soddisfare i propri bisogni grazie alle conoscenze dei saperi e del saper fare necessari a padroneggiare le tecniche di fabbricazione degli oggetti di uso quotidiano, in modo tale che tutti possano avere un livello di vita soddisfacente.

Di riflessione in riflessione mi è venuto in mente questo passaggio preso dal libro di Serge Latouche “Come si esce dalla società dei consumi”:
“[…] Proseguendo su questa strada, Ingmar Granstedt propone la creazione di laboratori vernacolari con attrezzature sofisticate miniaturizzate. Per il tessile, per esempio ‘si potrebbero raggruppare le operazioni di filatura, di stiramento e di tessitura in un’unica piccola macchina delle dimensioni di un armadio, che potrebbe essere collocata in laboratori vernacolari ed essere messa a disposizione degli abitanti del quartiere. […] Lo stesso vale per le macchine per il riciclaggio della carta, di cui esistono già esemplari abbastanza piccoli e semplici da poter essere trasportati su richiesta e affittati a settimana. A una macchina di questo tipo, collocata nel quartiere o nel comune, potrebbero essere aggiunte taglierine, aggraffatrici e incollatrici, in modo che la gente possa fare da sola blocchi e quaderni. Si potrebbe poi aggiungere una fotocopiatrice e altro materiale semplice da riproduzione’. Sulla linea dell’idea dei “villaggi urbani” di Yona Friedman, la società autonoma sarebbe costituita da una molteplicità di comunità geografiche, ciascuna con un proprio centro e un insieme completo di attività diversificate, nelle quali l’esistenza e le relazioni quotidiane ridiventerebbero umane. Il risultato di questa deindustrializzazione, realizzata grazie a strumenti sofisticati ma conviviali, sarebbe la prova che si può produrre diversamente e che la parte della produzione realizzabile in autonomia, pur non essendo totale, è comunque enorme”, pur non essendo totale, è comunque enorme
”.

Il passo successivo? I FAB Lab creati da Neil Gershenfeld, laboratori di fabbricazione personale. Luoghi in cui invece di comprare o ordinare un prodotto è possibile scaricare o sviluppare la sua descrizione , fornendo all’utente il progetto e le materie prime per farselo da sè. Si parte dalla tecnologia per tornare al lavoro artigiano, non a caso il libro di Gershenfeld inizia così “C’era un tempo in cui educazione, industria e arte erano integrate nel lavoro dell’artigiano del villaggio…

Insomma, questo è il nostro futuro: la fabbricazione in proprio di qualsiasi oggetto d’uso comune come terreno per restaurare i rapporti familiari e sociali, riappropriarsi del tempo libero, liberarsi dal consumismo.