Lucia Galasso

Archive for the ‘Evoluzione culturale’ Category

Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana

In Evoluzione, Evoluzione culturale on 10 dicembre 2011 at 19:42

La mostra “Homo sapiens, la grande storia della diversità umana” risente positivamente del lungo soggiorno dei due curatori principali Luigi  Luca cavalli Sforza e Telmo Pievani in ambito anglossassone: il primo ha insegnato genetica a Stanford in California per buona parte della sua vita professionale, il secondo, invece, ha perfezionato la sua specializzazione in biologia evolutiva e filosofia della biologia presso l’American Museum of Natural History di New York per poi tornare a lavorare in Italia.

Il background statunitense si sente molto in questa mostra concettualmente e strutturalmente diversa da quelle a cui siamo abituati qui in Italia: l’effetto scenografico è di forte impatto, tanto da catapultarti subito nel Pliocene attraverso il diorama di apertura in 3D che fa assistere al fenomeno della formazione delle impronte fossili di Laetoli. Orme lasciate da ominidi della specie Afarensis, il cui fossile più famoso, Lucy, fa da apripista al lungo percorso della mostra.

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La Trasmissione culturale, cos’è e a cosa serve?

In Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 30 luglio 2011 at 20:21

Della trasmissione culturale sappiamo che ci circonda, compenetra tutto, ma non sappiamo – in definitiva – come funziona, a cosa serve, a cosa può servirci. Volendo essere brevi questa è il processo tramite il quale l’informazione passa da un individuo all’altro attraverso meccanismi come l’apprendimento sociale, l’imitazione, l’insegnamento o il linguaggio. Ma il discorso è un po’ più complesso e affascinate da conoscere. Basti pensare che la trasmissione culturale è una componente fondamentale dell’evoluzione culturale. Senza trasmissione non può esserci evoluzione, e la forma che prende questa trasmissione può influenzare significativamente le dinamiche evolutive della cultura.

Le mutazioni nel DNA hanno un loro analogo nelle idee, nel senso che ogni tanto sorgono idee nuove, così come sorgono nuovi geni. Altre idee sono modificate, o magari scompaiono perché non vengono trasmesse.

Un’idea viene trasmessa come tale da genitori a figli, o più in generale da insegnanti ad allievi. Una nuova idea può essere un’innovazione o un’invenzione utile, o un nuovo tipo di comportamento o una diversa interpretazione degli eventi. Anche nel caso delle idee, come nel caso della biologia, il tipo che viene trasmesso potrà essere il tipo precedente oppure il tipo nuovo, modificato. Una nuova idea o una nuova invenzione di solito nascono per assolvere uno scopo preciso. Una mutazione genetica invece è casuale, cioè non è diretta a soddisfare a uno scopo. In entrambi i casi, però, ciò che viene modificato è trasmissibile, per cui il tipo nuovo potrà essere trasmesso e potrà o meno avere successo. L’invenzione di nuovi strumenti, di nuovi modi per risolvere i problemi quotidiani, è la base dell’evoluzione culturale.

Una volta che un’idea compare, viene sottoposta anch’essa a selezione. Non si tratta qui di selezione naturale, ma di selezione culturale: la società umana accoglie certe idee e le applica, mentre ne respinge altre, magari solo per riscoprire il loro valore in seguito. Un’innovazione non viene necessariamente adottata, perché non porta dei vantaggi, o perché non convince, o non viene capita, o non viene comunicata in modo efficace. Nell’evoluzione biologica, gli individui che si riproducono sono i fondatori della prossima generazione, cui trasmettono il proprio “pacchetto” di geni. Un fenomeno analogo si verifica nell’evoluzione culturale. Ciò che lega in profondità l’evoluzione biologica e l’evoluzione culturale è che entrambe dipendono dalla capacità di autoriprodursi, che è caratteristica dei geni come delle idee. Gli uni come le altre riproducono se stesse con modificazioni, passando da un organismo all’altro o da un’intelligenza a un’altra. In biologia questi piccoli cambiamenti trasmissibili sono chiamati “mutazioni”, in campo culturale potrebbero essere chiamate “innovazioni”. La trasmissione con modifiche è il fatto fondamentale che sta alla base della capacità stessa di evolvere.

Un’idea si “autoriproduce” quando si trasmette da un cervello all’altro. Potrà essere accettata così com’è, oppure modificata. La natura fisica dei geni è stata compresa e accertata grazie al paziente lavoro di migliaia e migliaia di ricercatori nell’arco di oltre 140 anni. La natura fisica delle idee, che sono inevitabilmente il prodotto di circuiti neuronali e di collegamenti sinaptici, sta cominciando a chiarirsi in questi anni, ma occorreranno decenni prima che si riesca a definire cos’è un’idea dal punto di vista “fisiologico”.

La natura della trasmissione genetica è conservatrice, pur mantenendo sempre un’alta variabilità, rispetto a quella culturale che è per sua natura proteiforme: può essere altamente conservatrice, ma può anche permettere variazioni rapidissime. Nella trasmissione culturale, infatti, esistono tutti i gradi di conservazione o velocità del cambiamento, ma esistono anche meccanismi come il linguaggio e la ritualizzazione che consentono, a tutti i membri di una società, di rimanere fortemente in contatto tra di loro e a rendere relativamente omogenei i comportamenti individuali. Si può accumulare variazione culturale fra società diverse più facilmente che all’interno di ciascuna.

Vi sono due tipi fondamentali di trasmissione:

  1. la trasmissione verticale, il cui modello più semplice è quello della trasmissione da genitori a figli;
  2. la trasmissione orizzontale, nella quale il rapporto di parentela o di età ha un’importanza molto limitata o nulla.

E’ questa un terminologia già usata dagli epidemiologi, perché alcune malattie contagiose si trasmettono per via verticale mentre altre soprattutto per via orizzontale.

La trasmissione verticale tende a essere molto conservativa. I genitori trasmettono ai figli ciò che essi stessi sanno, per averlo imparato dai loro genitori, con l’aggiunta di ciò che essi hanno scoperto, o inventato, o imparato nel corso della loro esistenza. Tradizioni, costumi, atteggiamenti si perpetuano così pressoché immutati per secoli e per millenni: la tendenza alla conservazione è particolarmente evidente nelle società tradizionali.

Questo tipo di trasmissione si svolge largamente fra gli stessi attori della trasmissione genetica e coinvolge anche altri membri e parenti della famiglia: è quindi difficile distinguerla dalla trasmissione genetica per certi versi, in quanto entrambe comportano una certa rassomiglianza tra genitori e figli o in genere tra parenti.

Trasmissione verticale cultura

Modalità di trasmissione orizzontale: da uno verso molti e da molti verso uno (fonte: progetto GEA)

All’interno della trasmissione verticale viene fatta cadere la scelta della religione e dei gusti alimentari (con particolare riferimento alla figura della madre), l’insegnamento dei valori morali e del linguaggio, almeno nelle loro forme iniziali.

La trasmissione orizzontale può essere invece molto innovativa, e portare cambiamenti anche rapidi. Lo si vede ad esempio nella veloce diffusione di nuove tecnologie o di mode del vestire, di atteggiamenti, di parole nuove, di stili di pensiero. E’ opportuno però distinguerne vari tipi, in base al rapporto numerico fra trasmettitori e riceventi:

  1. la trasmissione da uno a uno, o da pochi a pochi, è la forma più comune ed è tipica delle malattie infettive, ma anche delle barzellette e dei pettegolezzi. Gli epidemiologi hanno elaborato modelli matematici che coprono molti casi particolari;
  2. la trasmissione da uno a molti, chiamata anche “Trasmissione da capi o insegnanti” è anch’essa molto comune ed è quella in cui conta la posizione sociale del trasmettitore. Infatti se in questo tipo di trasmissione il trasmettitore è una persona influente per qualunque motivo – politico, religioso, economico, sociale, morale, artistico - e ha la possibilità di trasmettere le sue idee a un gran numero di persone, magari nello stesso tempo, potrà influenzare rapidamente un gruppo molto vasto. Questo tipo di trasmissione è quella che può generare cambiamenti di opinione, gusti, reazioni positive o negative più forti, rapide, violente e talora sorprendentemente uniformi ed entusiastiche, a meno che non vi siano motivi precedenti, innati o acquisiti, per non accogliere il messaggio, magari solo in alcuni tra coloro che vi sono esposti. Ma se il messaggio viene accolto, la trasmissione da uno a molti può essere la più rapida ed è spesso universale, totalitaria;
  3. la trasmissione da molti a uno, si realizza quando i trasmettitori comunicano o appoggiano essenzialmente lo stesso messaggio; è molto importante, ma tende ad avere effetti opposti rispetto a quella da uno a molti. Si parla in questo caso di trasmissione concertata. E’, in pratica, il meccanismo tramite il quale siamo o diventiamo conformisti, ovvero quello che ci induce a comportarci come tutti gli altri. Questa avviene quando il nuovo venuto di un gruppo prova fiducia o senso di amicizia oppure tiene alla compagnia delle persone che formano il gruppo che lo ha accolto. In simili circostanze, il vero trasmettitore non è un individuo, ma è in sostanza un gruppo sociale abbastanza omogeneo.
trasmissione orizzontale cultura

Modalità di trasmissione orizzontale: da uno verso molti e da molti verso uno (Fonte: Progetto GEA)

Nella trasmissione orizzontale non ci sono limiti di età e non sono necessari legami di parentela con coloro che ricevono. Un solo trasmettitore con una vasta base di “fedeli” ha larga influenza. Naturalmente, a meno che il trasmettitore non sia dotato di grande potere o di un ottimo carisma, il messaggio da questi veicolato deve essere anche molto persuasivo, ed è anche importante il modo in cui questo messaggio viene offerto.

Uno stimolo molto potente è quello costituito dalla novità, che può spesso attrarre di per sé, indipendentemente dalla qualità del messaggio. Qui però ha importanza la disposizione e la personalità di chi riceve. Ad esempio i conservatori non amano molto le novità.
E’ utile, quindi, considerare la trasmissione come la somma di due fase distinte: comunicazione e accettazione, specialmente se la seconda ha un’elevata probabilità. Naturalmente non è necessario che comunicazione e accettazione avvengano simultaneamente, le due fasi possono essere scaglionate nel tempo e spesso lo sono. Magari, prima che avvenga l’accettazione, occorre che la comunicazione sia ripetuta molte volte.

Viviamo, quindi, circondati da questi processi, in ogni istante della nostra vita, e mai come oggi grazie ai social network possiamo sperimentarne le ricadute pratiche, vi dice nulla la teoria dei piccoli mondi? Se poi realizziamo che la parola tradizione viene dal latino traditio, dal verbo tradere che significa rimettere, trasmettere… Beh, si capisce meglio il forte legame che abbiamo con le nostre “tradizioni”.

L’archeologo e l’uva – vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica di Patrick E. McGovern

In Antropologia alimentare, Cultura del vino, Evoluzione culturale, Recensioni e libri on 26 giugno 2011 at 16:49

Sempre più spesso si sente parlare di mirabili scoperte archeologiche sul vino più antico: l’ultima lo data al 6100 a.C., collocando la sua “invenzione” in Armenia. Sicuramente il vino, è ancora più antico di questa datazione.

C’è una differenza sostanziale tra vino del Paleolitico (da 2,5 milioni a 10.000 anni fa circa) e vino del Neolitico (dal 8.500 al 4000 a.C. Circa). Patrick E. McGovern lo racconta in questo suo libro: un’introduzione scientifica allo studio del vino in quella che si può definire la sua preistoria, così spesso dimenticata dagli storici del vino e delle altre bevande fermentate che affidano troppo spesso i loro studi esclusivamente alle fonti letterarie, dimenticandosi completamente dell’apporto dell’archeologia.

L’archeologia, infatti, insieme alla geologia e all’archeobotanica, è in grado di fornirci strumenti migliori per indagare gli inizi della viticoltura, rispetto allo studio dei soli testi antichi. L’applicazione delle tecniche microchimiche (archeologia molecolare) ai residui archeologici ha permesso di apportare importanti scoperte a quella “storia del vino” che McGovern traccia muovendosi dal Caucaso verso l’Egitto e la Grecia, fino all’estremo nord dell’Europa.
il nostro autore parte da ciò che chiama “Ipotesi paleolitica”, ovvero il primo incontro tra l’uomo e la vite (in questo caso parliamo di vite selvatica euroasiatica: Vitis vinifera L. subsp. Sylvestris, progenitrice della specie domestica). Si tratta di una fase caratterizzata da una produzione causale di vino, legata alla disponibilità e dalla raccolta stagionale, che lasciò il passo alla nascita dell’agricoltura con il Neolitico e quindi all’addomesticamento anche della vite. In questa seconda fase si verificarono contemporaneamente le condizioni necessarie per l’invenzione della viticoltura, ovvero della produzione intenzionale e su larga scala di vino.

In questo viaggio nel tempo e nella culture antiche tracciato dall’espansione della vite domestica, che si sviluppa in tutta l’Età del Bronzo e del Ferro fino all’affermarsi delle culture dei Greci e dei Romani, è impossibile non vedere quanto la storia del vino e della vite si sia intrecciata alla cultura umana, accompagnandola fino ai nostri giorni. L’agricoltura dà vita alla stratificazione sociale e con questa le classi che salgono al potere, grazie alle risorse e al tempo libero, adottano uno stile di vita enocentrico tale da accompagnarli dalla culla alla tomba. E visto che una bevanda così speciale necessitava di servizi e recipienti per servirla e berla, il vino venne presto associato a recipienti peculiari in materiali in linea con l’evoluzione tecnologica e lo status sociale. E’ su questo tipo di recipienti che McGovern punta la sua attenzione durante le sue ricerche, epoca dopo epoca e cultura dopo cultura. Grazie allo studio dei residui presenti negli orci antichi è possibile stabilire se un recipiente ha contenuto o meno del vino antico: l’archeologia molecolare e le analisi di laboratorio ci confermano questa eventualità se:

  1. C’è presenza di acido tartarico e/o uno dei suoi sali;
  2. lo stile, le dimensioni e la forma del recipiente è atto a contenere un liquido;
  3. se c’è stata fermentazione;
  4. la presenza di tentativi intenzionali di eliminare le infiltrazioni di ossigeno (tappi, guaine impermeabili, aggiunte di resine arboree).

I capitoli 3 e 4 de l libro (“la ricerca archeologica e chimica del vino più antico” e “Vino neolitico!”) sono quelli più ostici per chi, come me, non mastica chimica e botanica; eppure, nonostante i tecnicismi, non posso nascondere che le analisi di laboratorio descritte hanno un loro fascino rispondendo a saperi altrimenti dati per ovvi, ma che “ovviamente” non lo sono.

Storia, archeologia e antropologia si mescolano armoniosamente in questo testo, tanto da risultare un libro basilare per chi si vuole avvicinare al vino concedendosi il lusso di un background culturale e scientifico di tutto rispetto.

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La vite e il vino accompagnano l’evoluzione culturale dell’uomo e, per capire perché il vino si sia sempre distinto dalle altre bevande fermentate ottenendo uno status particolare e preminente, bisogna arrivare alle origini di questo rapporto, di come questo sia stato il modo più facile e veloce per ottenere – in Occidente – l’alcol etilico, la droga più efficace di tutti i tempi.
Un analgesico, un disinfettante e una panacea medicamentosa: ecco il vino. Se aggiungiamo che ha profonde virtù di alterazione della mente perché rilascia nel nostro cervello composti naturali oppiacei dai piacevoli effetti (endorfine ed encefaline), si capisce anche la sua forte funzione di lubrificante sociale che facilita le relazioni con gli altri e un buon modo per rilassarsi alla fine di una giornata di lavoro.
La potenza tangibile e apparentemente ultraterrena del vino dovette stupire i primi uomini, che lo associarono da subito al contesto religioso, e tale rimase fino all’epoca dell’Europa post-romana: esclusivamente legato alla Chiesa cristiana in origine, il vino diventa poi aristocratico, poi commerciale e borghese, infine popolare a tutto tondo.

McGovern ci accompagna fino alla Grecia arcaica, analizzando il vino antico in ognuna delle sue molteplici sfaccettature. Poche speculazioni e molta pratica, così è il lavoro di un bravo archeologo che, se proprio non riesce ad arrivare alla “verità”, cerca quanto più possibile di appoggiarsi alla solidità della ricerca scientifica per avvallare le sue ipotesi. Perché come dice il nostro autore in chiusura di libro:

“La storia della “cultura del vino” antico, comunque, non è stata ancora narrata del tutto. Il pieno potenziale genetico e sociale della Vitis vinifera vinifera e delle numerose specie di vite in tutto il mondo può essere compreso appieno soltanto riportandolo nella culla, dove quelle piante fiorirono per la prima volta e dove si adattarono in modo eccezionale al loro habitat. Chiamatelo l’Eden della viticoltura, se volete. La caccia archeologica e chimica continua”.

Quale è, secondo McGovern, l’Eden della viticoltura?  Il Caucaso.

La specie prepotente di Luigi Luca Cavalli-Sforza

In Evoluzione, Evoluzione culturale, Recensioni e libri on 24 febbraio 2011 at 10:58

Copertina

Luigi Luca Cavalli Sforza ha fatto della divulgazione scientifica il baluardo della sua missione di scienziato. Non basta fare ricerca, bisogna anche essere in grado di rendere fruibile, accessibile a tutti il frutto di tanto lavoro. Nei libri di Cavalli-Sforza si sente la sincera passione che può derivare unicamente da un’esperienza professionale vissuta come piena consapevolezza dell‘importanza di far interloquire la scienza con le persone: sono testi chiari, semplici senza perdere in scientificità, anzi rendendola accattivante, da approfondire.

Cavalli-sforza affabula la scienza, e non è dote da poco.

Eppure… Eppure questo libro, il mio amato Cavalli-Sforza, se lo poteva risparmiare. Delle 190 pagine che compongono questo saggio ben 110 sono dedicate ad un’ulteriore semplificazione di tutte le sue ricerche, già offerte in precedenti pubblicazioni ai lettori, e solo 80 sono dedicate al titolo di questo volume “La specie prepotente”. Titolo che a rigor del vero è quello che più di tutto mi ha spinto ad acquistarlo, nella convinzione di trovarvi una sorta di “Armi acciaio e malattie” alla Diamond dai risvolti bioculturali tanto cari a Cavalli-Sforza. In realtà nulla di tutto ciò, le 80 pagine su cui confidavo sono state una delusione, nessuna nuova teoria, nessun titillamento intellettuale su cui poggiare nuove riflessioni.

In definitiva il libro porta avanti i temi cari al nostro autore: evoluzione e progresso alla luce delle conquiste dell’uomo, e delle odierne sfide da raccogliere alla soglia di un’era che ci vede impreparati ad affrontare i frutti della nostra evoluzione culturale.

Un flebile interesse, quasi fantascientifico, nelle righe finali del capitolo finale:

“La condanna della scienza – che si ritrova anche in alcune religioni che potrebbero essere relativamente avanzate – non ha mai considerato il motivo per cui i suoi sostenitori vivono più a lungo dei loro antenati, e tali sostenitori dovrebbero studiare la storia della medicina. Qualunque altro progresso osservabile non supera quello del proprio benessere fisico; quanto a quello «morale», inteso nel senso più vasto, esso dipende da molti fattori, tra cui il benessere fisico è quasi certamente il più importante (il famoso «quando c’è la salute…»). Non starò a elencare gli altri progressi, che sono notoriamente avvenuti ma sono certamente meno importanti; ognuno darà loro il peso che vuole.

Mi interessa, invece, continuare a discutere il rapporto tra lo stato di «felicità» dei cacciatori-raccoglitori e il loro modo di vita. Naturalmente è impossibile, con le nostre conoscenze attuali, dimostrare che sono felici, o almeno più felici di noi. Ma, se questo fosse vero, potrebbe dipendere largamente dalla totale mancanza di gerarchia sociale fra di essi. La mancanza del «senso di superiorità» e «inferiorità», così comuni nelle nostre società, rende forse anche più facile la gentilezza e l’aiuto reciproco.

Potrebbe allora non essere poi così ingenuo pensare che la loro età fosse un po’ quell’età dell’oro che è presente in tante religioni e tradizioni.

Forse la più antica traccia di età dell’oro è scritta nella Bibbia, dove però vengono fatte delle semplificazioni inaccettabili del nostro passato. Nel Seicento due vescovi inglesi calcolarono in base alla Bibbia quando Dio creò il mondo: un po’ più di 6000 anni fa. E parecchi ancora vi credono.

Secondo la Bibbia, Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso terrestre, da cui furono cacciati per il loro noto errore: mangiare il «frutto proibito»; forse l’aver cercato di aumentare le loro conoscenze, sviluppando la scienza, è costato a entrambi l’immortalità. Dei loro figli, Caino era un agricoltore, Abele un pastore; erano quindi già neolitici. Nella Bibbia, la storia dei primi giorni e anni del mondo è notoriamente molto abbreviata, quindi non è del tutto assurdo (anche se un po’ ridicolo) pensare che Adamo ed Eva fossero cacciatori-raccoglitori. Certamente vivevano, almeno all’inizio, in un bel posto, in condizioni senz’altro accettabili per un’ipotetica «età dell’oro». Certo, vi era il serpente che costò la loro felicità, ma chi era, in realtà? Il desiderio di conoscenza? Meglio sarebbe stato, quindi, tornare allo stato di totale ignoranza?

In base alle descrizioni bibliche è molto difficile ricostruire dove fosse il «Paradiso terrestre», perché si tratta di una zona molto estesa. Più utili si rivelano le notizie sumeriche di un giardino dell’Eden molto simile, per vari dettagli, a quello della storia biblica. Se non altro, la localizzazione che se ne ottiene è un po’ meno incerta: si tratterebbe della Persia sud-occidentale. Al momento non vi sono notizie sicure, ma – almeno nell’area dell’Asia mediorientale ed Egitto – la scrittura è cominciata un po’ più di 5000 anni fa, e vi sono ancora preziose biblioteche poco studiate, oltre che rari ma ben datati documenti assai antichi trovati in scavi recenti. E se fosse l’area, che non può essere molto distante, dove viveva quella famosa piccola tribù di cacciatori-raccoglitori che ha popolato il mondo cominciando 60.000 anni fa?

Ci sono speranze di ritornare all’età dell’oro? Naturalmente non ce ne sono, almeno sulla Terra. Quindi perché parlarne, se non per sfizio storico? Cambiando argomento per un istante, devo raccontare che ho notato, con l’invecchiamento, che al mattino, nel letto, mi vengono idee nuove nel dormiveglia, e non sono affatto cattive. Sembra incredibile, ma sono più frequenti di una volta, e perciò ne ho parlato con Rita Levi Montalcini, la famosa neurobiologa, per vedere se la cosa stupisse anche lei. Mi ha detto che le succede la stessa cosa. Racconterò allora l’idea che mi è venuta in mente proprio stanotte.

Sappiamo che oggi un grande problema della specie umana è che siamo in troppi e stiamo ancora riproducendoci troppo; ma se riempiamo troppo la Terra non tenendo conto delle risorse disponibili, o facilmente aumentabili senza eccessivi sacrifici, diverrà impossibile emigrare da qualche altra parte del nostro pianeta, come l’uomo ha potuto fare finora. Dove, allora, potremmo emigrare?

Devo premettere che l’idea mi è venuta per via di un libro scritto più di quarant’anni fa dal professore di mio figlio, quando era a Princeton; si chiama Gerard K. O’Neill ed era un fisico molto intelligente, responsabile della costruzione di importanti apparecchi di fisica. L’ipotesi sviluppata nel suo Colonie umane nello spazio, tradotto in italiano da Mondadori nel 1979, consentirebbe la possibilità di lasciare la Terra in un modo speciale, senza dover andare su un altro pianeta, perché, purtroppo, non vi è alcun altro pianeta dove andare a vivere, almeno in base alle osservazioni disponibili oggi, e la stella più vicina a noi si trova a quattro anni luce. Dal momento che non possiamo sperare di viaggiare tanto rapidamente quanto la luce, se vogliamo andare davvero in un posto fuori dalla Terra dobbiamo accontentarci del Sistema solare. Per il momento non c’è nessun luogo in cui potremmo vivere, se non creando ambienti artificiali molto diversi dal nostro.

Si tratterebbe dunque di costruire delle piattaforme orbitanti intorno alla Terra (o alla Luna, o a un altro pianeta) in cui sia possibile far crescere il cibo necessario per mantenere indefinitamente qualche centinaio o al più qualche migliaio di persone, usando allo scopo l’energia solare. Queste unità dovrebbero essere fornite di navette che possano trasportare un piccolo gruppo di individui dalla Terra e verso la Terra, o anche un’altra piattaforma ruotante intorno allo stesso pianeta. La proposta originale è stata concepita per piattaforme di centinaia e più tardi anche migliaia di persone.

L’esperienza della vita sulla Terra tra 60.000 e 10.000 anni fa, cioè prima dell’agricoltura, mostra che questo sistema sociale ha funzionato bene per migliaia di tribù di cacciatori-raccoglitori, a patto di riuscire a mantenere il numero di abitanti abbastanza costante e, anche nella fantasia di O’Neill, il «territorio» disponibile per ognuna di queste tribù aeree avrebbe risorse limitanti, soprattutto a causa del poco spazio in cui si potrebbe produrre il cibo.

Come spesso avviene negli Stati Uniti, questa idea ha dato origine a entusiasmi e persino a tentativi di trovare finanziamenti e cominciare a costruire piattaforme orbitanti. Uno di questi tentativi è raccontato in una recentissimo articolo di una rivista sullo spazio.

Sarà difficile esportare in questo modo l’eccesso di popolazione che si sta producendo sulla Terra, ma si può sperare che venga fatto qualche tentativo, e controllare se questo ritorno alle dimensioni tribali delle società umane possa migliorare il grado di felicità, riducendo o annullando le gerarchie sociali. In queste piccole società non ci sarebbe bisogno di capi carismatici capaci di mesmerizzare milioni di individui, come è avvenuto tante volte nella storia degli ultimi millenni, con esperienze profondamente negative. Nelle piattaforme orbitanti non ci sarebbe alcun bisogno di capi, se mai di specialisti, per doveri che richiedano un’elevata specializzazione, ma sempre entro limiti di popolazione molto modesti. Proprio come accadeva tra i cacciatori-raccoglitori, le persone che dovessero rendersi indesiderabili da qualche gruppo potrebbero venire espulse e dovrebbero trovarsi un’altra piattaforma – o la vecchia Terra – che li accetti. Oppure, il che non avveniva tra i cacciatori-raccoglitori, venir messi in congelamento temporaneo; cosa che però non potrebbe essere ripetuta troppe volte. In caso di completo e ripetuto insuccesso, potrebbero infine essere riciclati parzialmente o totalmente.

La proposta potrebbe sembrare del tutto ridicola e assurda, se non fosse che l’esistenza di migliaia di tribù su un modello unico ha funzionato bene per 50.000 anni e ha smesso di funzionare solo quando molte tribù non hanno più controllato il proprio accrescimento numerico. All’inizio sono riuscite a creare nuovo cibo producendolo mediante la coltura di piante e l’addomesticazione di animali, ovvero il loro cibo normale, che si trovava però in quantità limitata. Su piattaforme orbitanti, le nascite non potrebbero che essere totalmente controllate. Sarebbe fondamentale mantenere una sola lingua universale, perché la creazione di «nazioni» linguistiche genererebbe forse inevitabilmente guerre di dimensione crescente, proprio come è avvenuto dopo l’invenzione dei metalli e l’addomesticazione del cavallo, circa 5000 anni fa.

Non vorrei che quanto sopra fosse letto come una previsione o una profezia. È soltanto un’ingenua speranza, basata sull’idea che effettivamente preferiamo vivere in un gruppo sociale abbastanza piccolo, in cui ci conosciamo tutti piuttosto bene e con cui siamo contenti di vivere.” (La Specie prepotente, pag 178-185)

La specie prepotente è comunque una perfetta sintesi dell’opera di Luigi Luca Cavalli-Sforza, mi sento quindi di consigliarlo a chi voglia approcciarsi a questo scienziato italiano il cui contributo alla genetica delle popolazioni e all’evoluzione della cultura è da considerarsi basilare. Subito dopo unirei la lettura del suo bellissimo “Perchè la scienza. L’avventura di un ricercatore” la sua autobiografia, pretesto per raccontare attraverso la vita, la sfida e la passione di fare scienza.

Gastronomia darwiniana

In Antropologia alimentare, Evoluzione, Evoluzione culturale on 19 settembre 2010 at 18:13

Ci sono connessioni dinamiche fra le nostre predilizioni culinarie, i nostri geni, le diete dei nostri antenati e i luoghi che le nostre culture ancestrali hanno eletto come “casa”? Una domanda importante, che troppo spesso non si pongono i cultori dell’alimentazione, tralasciando che ogni singola cucina riflette la storia evolutiva di un particolare popolo nel suo far fronte alla disponibilità di piante e animali commestibili, alle malattie più frequenti, alla siccità, alle epidemie. Si tratta in pratica di studiare come il cibo riflette l’interazione tra la diversità biologica e culturale.

Quando un cibo è abbandonato da una comunità, vuoi per un processo di assimilazione vuoi per l’allontanarsi dalla propria patria nativa, si verifica un certo grado di perdita culturale. Per evitare tutto questo dobbiamo capire perché le tradizioni culinarie etniche sono importanti.

I nostri antenati svilupparono le loro tradizioni di conoscenza ecologica per discernere il cibo gustoso e nutriente da quello tossico. Questo li aiutò a selezionare quanto era commestibile dalla smisurata varietà di flora e fauna alla loro portata e di conseguenza incoraggiò la differenziazione culturale, con l’emergere di foraggiamento e tradizioni di coltivazione che collocarono varie etnie su traiettorie evolutive molto diverse. E’ probabile che alcuni composti secondari presenti nel cibo essenziale e nelle erbe culinarie abbiano indotto delle mutazioni in alcune popolazioni, e che alcuni di questi cambiamenti genetici abbiano avuto come conseguenza un successo differenziale di sopravvivenza e riproduzione fra gli individui di una popolazione. In pratica la selezione naturale e altri processi evolutivi mediati dalle scelte alimentari abbiano giocato un ruolo importante nel generare sia la diversità genetica umana sia quella culturale trasmessa oralmente.

Leggendo uno strumento utile come l’Online Mendelian Inheritance in Man, si scopre come alcuni cibi abbiano interagito con un particolare insieme di geni nel corso dell’evoluzione umana provocando varie malattie, la maggior parte delle quali sono il risultato dell’influenza da fattori ambientali e genetici. Sono non meno di 26 su 16 cromosomi che interagiscono con fattori ambientali quali il cibo e le bevande caratteristiche di alcune diete radicate in particolari luoghi del mondo. Molti di questi assumono varie forme , ognuna delle quali interagisce con le sostanze chimiche alimentari in modi leggermente differenti. In alcuni casi, la combinazione di un particolare gene e la presenza di un particolare cibo in una dieta può proteggere i membri di un’etnia da una malattia infettiva o nutrizionale, ma in altri, una specifica interazione gene-cibo può portare alla morte. Ma in fondo si può dire chiamare disordine qualcosa che ci protegge da malattie come per esempio la malaria?

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Gary Paul Nabhan sostiene, in merito, che alcune malattie, spesso catalogate come disordini genetici altro non sono che specifici adattamenti ambientali che accrescono la nostra idoneità (fitness) a certi ambiti o a certe diete. Gli studiosi che considerano l’interazione gene-cibo come un adattamento in certi contesti e come in disordine in altri lavorano nel campo dell’ecogenetica nutrizionale, oggi più semplicemente definita nutrigenomica.

Gli esseri umani non condividono tutti gli stessi geni, né apprezzano lo stesso cibo ed uno dei modi per rilevare questa diversità la ritroviamo nel linguaggio, se ad ogni etnia associamo la lingua da questa parlata (un censimento ne riporta circa 6500) noteremo come ognuno di questi gruppi linguistici ha un modo differente di parlare del cibo, della sua raccolta e della sua preparazione, e possiede un diverso vocabolario per descrivere la propria identità culturale in relazione al cibo preferito. La diversità genetica umana interagisce con le diverse tradizioni culturali alimentari; le cucine etniche hanno radicate basi ecologiche, e traiettorie evolutive di grandissimo significato per lo stato di salute dei loro consumatori. Gli studiosi che riflettono su queste questioni si definiscono gastronomi darwiniani o gastronomi evolutivi perchè riconoscono che alcune interazioni gene-cibo sono emerse a seguito di processi evolutivi che hanno portato a cambiamenti genetici percepibili nelle etnie in 1500 anni o meno.

Per farci un’idea di come tutto ciò abbia a che fare con la nostra salute basta dare un’occhiata alla tabella delle interazioni gene-cibo associate all’albero genealogico umano. la nostra storia genetica e culinaria celebra le nostre differenze, dando loro un senso e un modello a cui tornare.

L’approccio evoluzionistico alla cultura II: oltre la memetica

In Antropologia cognitiva, Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 11 luglio 2010 at 07:50

In un precedente post ho parlato di memi, ma questo non è l’unico modo di studiare la cultura, i migliori tentativi nell’applicare i modelli evolutivi alla cultura partono da un approccio diverso da quello proposto dalla memetica.

I teorici del meme hanno dato grande importanza all’evoluzione per selezione naturale, considerandola un processo che richiede differenti tipi, a differenti livelli, di competizione tra i replicatori. Questi studiosi tendono a considerare troppo stretta l’analogia tra gene e meme. Lo stesso Dawkins è arrivato a sostenere che è solo grazie al fatto che gli esseri umani sono “colonizzati” da un altro tipo di replicatore, appunto il meme, che essi sono sfuggiti alla “tirannia del gene”. Vista da questa angolazione, la teoria del meme libererebbe la nostra specie da una forma di determinismo biologico.

Un’alternativa a questa visione presuppone una grande importanza dell’eredità culturale  e cerca perciò di integrarla nei tradizionali modelli evolutivi. Piuttosto che dimostrare l’esistenza di replicatori culturali, si possono costruire modelli che prendano in considerazione l’apprendimento per errori, ed esamino come le credenze e le conoscenze individuali siano spesso il risultato di un’esposizione a più fonti e stimoli, piuttosto che mera opera di imitazione di una sola di queste opportunità. Lo scopo di alcuni modelli di evoluzione culturale, a volte, è solo di capire come i meccanismi culturali agiscano sull’evoluzione genetica, e viceversa. Questo è lo scopo generale dei modelli di coevoluzione gene-cultura. Ma i modelli di evoluzione culturale aspirano anche ad assegnare un ruolo all’ereditarietà culturale nel contesto dell’adattamento.

Tali questioni sono state affrontate da recenti studi in materia. Gli evoluzionisti culturali concordano sul fatto che, a livello di popolazione, un’evoluzione di tipo cumulativo richiede che i tratti culturali vantaggiosi siano preservati nelle generazioni future. Ma gli stessi studiosi negano che ciò richieda una replicazione identica dei tratti culturali.

Il modello formale proposto da Henrich e Boyd mostra come “l’effetto conformista” possa annullare gli effetti dell’apprendimento per tentativi ed errori producendo una replicazione fedele dei comportamenti a livello popolazionistico. Il conformismo è la tendenza degli individui ad adottare ciò che loro credono siano le idee e i comportamenti più comuni all’interno del loro gruppo. Il modello di Henrich e Boyd presuppone che gli individui siano poco inclini ad interpretare le rappresentazioni altrui, generando inevitabilmente degli errori. Così, la presenza di conformisti, nel gruppo, mitiga l’effetto di questi errori, producendo nella generazione successiva uno schema di rappresentazioni identico a quello della generazione precedente.

Per  Henrich e Boyd  la trasmissione per tentativi ed errori tende a produrre rappresentazioni differenti, in una popolazione in cui già coesistono diversi tratti culturali a frequenza significativa. L’effetto dell’errore è dunque basso. Invece, in un gruppo in cui un solo modello rappresentativo è comune, l’effetto degli errori è molto più evidente. Ma, se inseriamo un comportamento conformista, incrementiamo le possibilità che queste rappresentazioni si stabilizzino nelle generazioni successive, nonostante la presenza dell’imitazione per tentativi ed errori.

Henrich e Boyd riconoscono che ciò non implica, a livello popolazionistico, una replicazione affidabile delle rappresentazioni. Ma questo non significa che l’evoluzione cumulativa non agisca sull’eredità culturale. Infatti, a livello genetico, i processi di copia fedele permettono che anche forze selettive deboli producano variazione: meccanismi di copia meno fedeli implicherebbero allora forze selettive più forti per conservare tale variazione. Henrich e Boyd confidano che le forze selettive che agiscono a livello culturale siano più forti delle forze coinvolte nei meccanismi genetici. Dunque è necessario non focalizzarsi troppo sull’evoluzione genetica come paradigma per un modello di evoluzione culturale.

Come i teorici del meme sono guidati dal loro desiderio di trovare delle analogie tra genetica ed evoluzione culturale, così i modelli evolutivi, come quello proposto da Henrich e Boyd, sono guidati dal desiderio di trovare una spiegazione di come l’ereditarietà culturale influenza il processo evolutivo. Questo tipo di modelli evolutivi non danno come dato certo che l’ereditarietà culturale funzioni nello stesso modo della sua controparte genetica.

E’ ancora riconoscibile in essi l’imprinting della teoria dell’evoluzione perché cercano di spiegare i cambiamenti che avvengono in termini di frequenza in una popolazione nel tempo.

Fanno questo formulando ipotesi sulle modalità con cui gli individui acquisiscono i tratti culturali – per esempio presupponendo che la rappresentazione di un individuo sia il prodotto dell’insegnamento di varie fonti, o il risultato del suo seguire fedelmente le figure per lui dotate di maggiore autorità – per poi dedurre come queste criteri giochino il loro ruolo a livello popolazionistico.

Queste regole, in più, non sono il prodotto di mere congetture, ma sono supportate da esperimenti e dati qualitativi. Gli evoluzionisti culturali cercano di documentare gli effetti di vari tipi di predisposizione empirica come il conformismo e il prestigio.

Come la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è stata considerata largamente congetturale fino a quando non è stata supportata dal lavoro empirico e statistico, focalizzato sulle conseguenze su vasta scala dell’ereditarietà, dimostrando come l’ereditarietà funzionava,  così la teoria dell’evoluzione culturale ha guadagnato il suo posto nel campo delle scienze grazie a una simile combinazione di studi empirici e approcci matematici, arrivando a generare, oggi, algoritmi che uniscono intelligenza artificiale e neuroscienze con lo scopo di sondare il web in maniera sempre più  mirata.

In questi giorni andrò a visitare una realtà italiana che lavora con i memi, nell’ambito web, trovata sulle pagine dell’ultimo numero di Wired: mperience e vi racconterò!

L’approccio evoluzionistico alla cultura: la memetica

In Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 30 maggio 2010 at 16:03

In un articolo Pete Ward apparso su “Le Scienze” si chiede se Homo Sapiens si stia ancora evolvendo o se la nostra specie si sia, da questo punto di vista, stabilizzata. Sebbene l’eredità genetica stia ancora operando (negli ultimi 10.000 anni gli esseri umani si sono evoluti 100 volte più velocemente rispetto a qualsiasi altra epoca) sembra che oggi sia la cultura il fattore che decide se gli individui vivono o muoiono; ora l’evoluzione potrebbe essere puramente culturale, invece che genetica.

Come il DNA, anche il patrimonio culturale subisce mutazioni nel corso del tempo: qui però non si tratta di geni ma di idee che, a differenza delle mutazioni, non nascono solo in modo casuale ma in genere nascono intenzionalmente, di solito con l’obiettivo di risolvere un preciso problema pratico.
Già questo determina una forte accelerazione nell’evoluzione culturale rispetto a quella biologica: chi cerca e trova una soluzione che permette un migliore adattamento all’ambiente può riuscire a diffonderla, in qualche misura, fra i suoi contemporanei. Non è necessario aspettare che sia il caso a portare la mutazione adatta nell’arco di chissà quante generazioni.
Anche se tutto ciò che è cultura sembra essere profondamente diverso dal patrimonio genetico, ciò che hanno in comune è che entrambi vengono trasmessi: la differenza principale sta nella loro modalità di trasmissione.
Questo crea una somiglianza profonda fra genetica e cultura, ma anche differenze, e può aiutarci a capire somiglianze e differenze nell’evoluzione di ambedue.
Seri tentativi di costruire una teoria dell’evoluzione culturale sono rintracciabili nei lavori di Lumsden e Wilson, Cavalli-Sforza e Feldman e Boyd e Richerson. Tutti questi studiosi hanno tentato, in un modo o nell’altro, di produrre dei modelli formali che integrassero gli effetti dell’eredità culturale nei modelli standard dell’evoluzione biologica. I loro lavori solo strettamente collegati alla teoria dei memi.

Richard Dawkins

Dawkins produsse, nel 1976, il miglior tentativo di applicare il pensiero evolutivo alla cultura, tracciando una forte analogia tra l’evoluzione della cultura e l’evoluzione biologica. La memetica ipotizza che entità che hanno l’abilità di riprodursi fedelmente – chiamati replicatori – sono necessarie per spiegare la somiglianza fra generazioni. Nei modelli standard biologici questa funzione è affidata ai geni. I geni fanno copie di se stessi, e questa caratteristica spiega come mai la prole abbia una così profonda rassomiglianza con i propri genitori.
Se la cultura evolve similmente è necessario trovare delle forme di replicatori culturali che spieghino l’eredità culturale. Il meme assolve a questo ruolo.

E’ interessante notare che mentre è dato per scontato che tutti i memi sono idee (e viceversa) Dawkins include anche altre tipologie di enti, come il modo di modellare vasi, che è una tecnica nel pool memetico.
Per Dawkins, l’imitazione è il modo in cui i memi possono replicarsi, ma proprio come non tutti i geni possono replicarsi con successo, così nel pool memico alcuni memi hanno più successo di altri (su questa particolare situazione un altro studioso ha fatto interessanti osservazioni: Dan Sperber). Questo è l’analogo della selezione naturale. In generale le qualità che i memi devo avere sono longevità, fecondità e fedeltà di copiatura.
Mentre la longevità di una copia qualunque di un meme ha probabilmente un’importanza relativa, come per i geni, la fecondità è molto più importante della longevità di copie particolari; la sua diffusione dipenderà da quanto sarà accettato entro la popolazione che lo ospita. Per la fedeltà di copiatura lo stesso Dawkins ammette di muoversi su un terreno non molto solido, in quanto sembra che questa qualità non sia posseduta dai memi.
Infatti i memi vengono trasmessi in forma alterata, qualità alquanto diversa dai loro corrispettivi biologici, i geni, che adottano la qualità del “tutto o niente” nel replicarsi. A questo problema Dawkins rimedia teorizzando che l’impatto dei memi non è determinato dalla singola unità memetica ma dall’insieme che questi hanno sull’ambiente culturale, ovvero dall’essenza del messaggio che viene trasmesso.
La prospettiva proposta dal concetto di meme ha creato vari problemi, il più importante dei quali è legato alle limitazioni insite nell’analogia gene/meme. Le critiche sono state mosse per lo più dalle scienze sociali che sono ostili a un approccio evolutivo alla cultura, ma anche nel campo degli evoluzionisti culturali la teoria del meme è stata fortemente criticata.
Gli argomenti che più frequentemente muovono contro la teoria proposta da Dawkins sono varie, qui le più importanti:

  • Le unità culturali non sono replicatori: i replicatori, infatti, sono unità che fanno copie di se stesse. I critici del concetto di meme suggeriscono che non si conosce nessun meccanismo che può spiegare come i memi siano copiati. Ma questo è un errore. Un’idea può essere imitata semplicemente attraverso l’osservazione e la deduzione: un agente B può osservare il comportamento di un agente A, dedurre che A ha una credenza X e in tal modo fare sua la credenza di A. Le idee possono essere acquisite anche attraverso la comunicazione linguistica. Un agente A potrebbe credere in X, comunicarlo a B e B iniziare così a credere in X. In entrambi i casi si può dire che la credenza X fa una copia di se stessa, attraverso il linguaggio, l’osservazione e la deduzione. Una forte critica alla memetica è che l’imitazione è troppo soggetta all’errore per fare da appoggio al processo di replicazione. Come, d’altra parte, è altrettanto vero che quando la stessa idea si propaga in una popolazione è molto difficile che questa si trasmetterà inalterata. Sperber sostiene che la riproduzione di tipo culturale è raramente memetica, preferendo usare quelli che chiama “attrattori”, cioè schemi culturali di pensiero che consentono il diffondersi di rappresentazioni in una popolazione senza che ci sia un’imitazione letterale di queste.Non tutte le idee sono replicatori, quindi non tutte le idee sono memi;
  • Le unità culturali non formano lignaggi: un altro tipo di critica che viene mossa al concetto di meme è che mentre nella replicazione genetica si può risalire da un singolo gene a un genitore, le idee raramente vengono copiate da un’unica fonte in maniera tale da poter risalire a un’origine nota e puntiforme;
  • La cultura non può essere frammentata in unità discrete: le idee sono in relazione reciproca tra loro. Se un individuo è in grado di acquisire una conoscenza ciò dipende dal fatto che è in grado di correlarla alle sue competenze concettuali. È impossibile, ad esempio, credere nella teoria della relatività senza capirla, e non la si può capire senza avere ulteriori conoscenze relativa alla fisica.

Le critiche riportate sono focalizzate principalmente sulla reale fedeltà del processo memetico, per quanto altri detrattori muovono contro l’effettiva utilità del concetto di meme, arrivando a dubitare dell’esistenza dei memi stessi. Quel che si sottolineare è come la teoria evolutiva possa essere declinata nell’analisi della cultura. Ma ci sono altre teorie evolutive che approcciano la cultura, e che partono da presupposti diversi dalla memetica, le analizzeremo brevemente in un prossimo post.

Teoria ed evoluzione del pettegolezzo

In Antropologia cognitiva, Antropologia e marketing, Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 5 maggio 2010 at 07:52

Una volta era il pettegolezzo, ora è diventato qualcosa di più… Una volta era una strategia difensiva, oggi si è trasformato in una modalità di scambio di informazioni tanto da aver perso il suo lato negativo ed essersi trasformaro in un canale di comunicazione neutro, da declinarsi secondo necessità. Fatto sta che di “pettegolezzo” se ne parla tanto oggi, a volte con giudizio, a volte con pregiudizio a volte se ne parla per parlarne, senza bene sapere il perchè, il che vuol dire che spettegoliamo sul pettegolezzo (!!!).

Oggi, nell’era di internet, il pettegolezzo veste panni diversi, mentire è diventato praticamente impossibile, ed essere trasparenti è diventato un obbligo. Se un’azienda, o una persona, non ha costruito un rapporto di fiducia con la propria utenza basterà un piccolo gruppo di persone a rovinare la sua reputazione.

Nell’ultimo numero di Darwin (marzo/aprile 2010) c’è un interessantissimo articolo di Rosaria Conte proprio sull’evoluzione del pettegolezzo, dove ci si chiede (a ragione di tutto il recente interesse verso questo argomento) a che cosa serva il pettegolezzo e perchè l’evoluzione umana se ne sia servita.

La tesi principale sviluppata dall’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr individue nel pettegolezzo una delle più antiche istituzioni sociali della specie umana. All’interno di reti di scambio informazionale il pettegolezzo ridurrebbe i costi e quindi incentiverebbe la circolazione di conoscenza preventiva sull’identità di truffatori o sfruttatori.  Ciò avrebbe consentito l’applicazione di diverse forme di controllo sociale, come l’isolamento e la punizione degli sfruttatori.

Ma come funziona esattamente il pettegolezzo e su quali proprietà o caratteristiche della specie fa leva?

Se con il termine falco vogliamo indicare lo sfruttatore e con quello di colomba l’altruista, ci è  subito chiaro che le colombe, lige all’ordine sociale, rischiano di avere la peggio rispetto ai falchi. Un piccolo numero di approfittatori può accumulare grandi sostanze a spese della maggioranza degli altruisti, arrivando poco a poco, ad annientarli.

Alcuni evoluzionisti, incuriositi dalle basi biologiche del comportamento sociale, hanno evidenziato come, così facendo, i falchi annientano anche se stessi. Dopo aver distrutto le colombe non resterebbe loro altro da fare che avventarsi gli uni sugli altri, questo porterebbe, alla fine, ad un dissolvimento dei falchi e di entrambi i gruppi sociali.

Come si è ovviato a tutto ciò?

La prima cosa importante da considerare è che le dimensioni del gruppo hanno una grande importanza: quando la popolazione è composta da poche  decine di individui che hanno un’alta probabilità di incontrarsi di nuovo dopo la prima interazione, le colombe imparano facilmente a far tesoro dell’esperienza acquisita a caro prezzo, e si tengono alla larga dai falchi. Certo, non riusciranno ad evitare danni quali l’esaurimento delle risorse comuni, ma potranno impedire forme individuali di sfruttamento.

Ma se il gruppo è più grande e diventano meno probabili incontri successivi, che cosa accade? A fare la differenza è chiamata in causa la comunicazione. E’ infatti tramite questa che le colombe possono riconoscere i falchi, prima di conoscerne uno a loro discapito. La comunicazione è un buon investimento: al costo della propria esperienza personale ciascuno viene così a sommare due gruppi di conoscenze, quelle dei patner con cui ha interagito direttamente e quella di coloro con cui si scambia informazioni.

Bene, ma tutto questo non migliora di molto la vita delle colombe, cosa permette di ridurre i costi della comunicazione (per esempio l’inevitabile ritorsione dal parte del falco di turno) senza azzerarne i benefici, e consentendo l’allargamento delle reti sociali? E’ questo uno dei grandi problemi di adattamento che ha affrontato la nostra specie, ma se la comunicazione non basta, che cos’altro ci vuole?

La teoria proposta dal Cnr sostiene che il pettegolezzo ha risolto il doppio problema di adattamento, consentendo agli insediamenti umani di resistere agli sfruttatori e di allargarsi. Chi fa gossip non riporta mai l’opinione di qualcuno, tanto meno la propria, si limita a riportare una voce che gira, senza potere (o volere) precisare l’identità di chi l’ha diffusa. Il pettegolezzo è per definizione unaccountable: non risponde mai della fonte e della qualità delli’nformazione trasmessa, ciò lo porta tuttalpiù ad essere tacciato di indiscrezione, ma non di menzogna od omissione.

Tornando ai nostri falchi e colombe possiamo arrivare a sostenere che il riferire dicerie conferisce un sensibile vantaggio riproduttivo a queste ultime, quello di evitare un certo numero di falchi senza pagare alcun prezzo per l’informazione necessaria. Anzi, le colombe saranno sempre più incentivate a fare gossip, favorendo la diffusione sia di notizie non verificate che di una certa dose di calunnie. Ma, se la quantità di conoscenza utile che le colombe pettegole fanno circolare supera l’entità dei danni provocati, il vantaggio delle colombe aumenterà, rendendole competitive rispetto ai falchi.

L’intelligenza umana fa favorito il pettegolezzo, è un dato che gli antropologi, come Robin Dunbar, hanno dedotto dallo studio di insediamenti ominidi di 250.000 anni fa. Questi insediamenti avevano dimensioni medie che superavano di un ordine di grandezza quelli raggiunti da altri primati. Questa constatazione ha portato a formulare l’ipotesi secondo la quale esiste una correlazione positiva tra le dimensioni del cervello di una specie e le dimensioni medie delle reti in cui i membri della specie entrano in relazione più o meno intima.

I dati neuroscientifici hanno confermato la validità di questa ipotesi, e si sono spinti oltre; la complessità del cervello umano consente la formazione di meta-rappresentazioni sociali, cioè di rappresentazioni sugli stati mentali altrui, sulle conoscenze, scopi, emozioni e valutazioni degli altri, fino a quello che viene definito quinto livello di annidamento (un esempio fornito è “io voglio che tu creda che Anna vuole che Giovanni sappia che cosa pensa Giacomo”). Il quinto livello permette di fare mindreading con un elevato numero di individui, che corrisponde alle misure medie dei gruppi di supporto umani. Il mindreading è la proprietà cognitiva tipica della nostra specie, ed è quella che ha consentito, tra l’altro, l’evoluzione del pettegolezzo.

Il pettegolezzo è presente anche nelle società tradizionali, nel cui ambito gli studi di Max Gluckman hanno fa da apripista, svelandoci come questo comportamento umano sia analogo alla teoria proposta dal Cnr. Una teoria che essendo di matrice evoluzionista si sconta con la difficoltà di essere validata sperimentalmente. E’ difficile infatti, fare esperimenti su processi avvenuti secoli o millenni fa.

La copertina del libro di Albert-László Barabási

A bypassare questo ostacolo è arrivato il “teorema del pettegolezzo”, anzi, per dirla più scientificamente Il “teorema della diffusione del gossip e conduttanza del grafo“. I papà sono italiani; Alessandro panconesi, Flavio Chierichetti e Silvio Lattanzi. Questa complessa formula matematica serve a calcolare con esatezza la velocità di propagazione del pettegolezzo in ogni rete sociale tecnologica composta anche da milioni di nodi. In realtà i tre studiosi non hanno scoperto l’algoritmo del gossip quanto la possibilità di determinare la velocità e la modalità di propagazione del pettegolezzo in una rete. Buffo leggere che tutto questo sembra essere vagamente imparentato con la teoria dei piccoli mondi (ricordate i sei gradi di separazione?) ampiamente studiata non solo da sociologi ma anche da Albert-László Barabási, un fisico ungherese da anni è coinvolto nello studio delle reti sia biologiche che tecnologiche (bellissimo il suo libro “Link” di cui vi consiglio caldamente la lettura).

E’  fuori da ogni dubbio che questo lato della ricerca interessi moltissimo l’industria, studiare la velocità e la modalità di trasmissione dell’informazione implica anche il saperla usare per i propri scopi, mi chiedo solo come mai tutti gli studi precedentemente fatti in ambito umanistico, sociologico e matematico siano stati adesso cancellati da un algoritmo senz’anima.

Vino e psicologia nella degustazione cross-culturale – L’Asia

In Antropologia alimentare, Evoluzione culturale on 6 aprile 2010 at 10:17

Jeanni Cho Lee, uno dei più importanti Master of Wine in Asia, sta dando vita ad un nuovo modo di comunicare il mondo del vino, e la sua degustazione, ai consumatori asiatici.

Jeannie ha puntato l’attenzione, infatti, sui differenti tipi di approccio alla capacità di descrivere un vino e sul contrasto esistente tra i consumatori occidentali e asiatici. Per fare un esempio, poche culture asiatiche consumano bevande fredde durante il pasto. La tolleranza ai tannini varia ampiamente, ma in zone come il sud della Cina, dove è usuale bere il te nero, si può rilevare un maggiore consumo di vini rossi robusti.

Per il mercato asiatico è importante mantenere il controllo della situazione, specialmente ora che il prezzo del vino si è abbassato velocemente, anche perchè realtà come il Manga Les Gouttes de Dieus – dedicato completamente al vino (  tutti i vini che compaiono nel fumetto esistono realmente) – rappresentano non solo il crescente interesse nei confronti del vino ma anche il bisogno di un nuovo lessico in grado di gestirlo da parte della cultura asiatica.

Come Jeannie, ed altri, fanno notare, la concezione che si ha della percezione del gusto asiatica è alquanto controversa,  bisogna quindi stare attenti a non cadere in stereotipi. All’interno delle culture c’è un’enorme variazione del gusto, vuoi per fattori genetici, vuoi per fattori culturali. Le persone possono essere classificate come “non-taster” (non degustatore), “taster” (degustatore) o “super-taster” (super degustatore) proprio in sintonia con le variazioni genetiche in risposta agli specifici componenti dei cibi.

E’ interessante notare come il 33% della polazione del nord Europa sia “non-taster” mentre solo il 10% di quella asiatica lo è. Un altro esempio, ma sulle variazioni culturali, potrebbe essere quello relativo alla separazione tra frutta e fiori presente nella cucina francese e americana, ma estranea alla maggior parte dei vietnamiti.

Jeannie Cho Lee

Jeannie sostiene che ci vorrà circa una generazione di eno-scrittori asiatici prima che si possa avere un linguaggio comune a tutti gli amanti del vino asiatici, nel frattempo però suggerisce alcuni punti da tenere in considerazione. Per esempio la degustazione di un Chardonnay potrebbe tenere conto di sentori e profumi presenti nel background culinario asiatico, così si potrebbe fare riferimento all’alga Wakame (per i vini minerali), o ai Jackfruit o alla zabaione. Questi sentori entrano in contrasto dialettico con quelli occidentali di pesca, melone e burro.

Se volete affrontare più approfonditamente il discorso relativo alla percepizione del gusto tra gli individui vi consiglio la lettura di “Comparing sensory experiences across individuals: recent psychophysical advances illuminate genetic variation in taste perception” di Linda Bartoshuk,  altro materiale estremamente interessante è reperibile nell sito del Dr. Thomas Miles winepsych.com. Buona Lettura!

Cibo ed evoluzione secondo Richard Wrangham

In Antropologia alimentare, Evoluzione culturale on 30 marzo 2010 at 17:29

Gran risultato la cultura umana, ma cosa ha fatto la differenza?  La cucina, stupido! Ecco un buon incipit, fornito da un interessante articolo del The New York Times, “Why Are Humans Different From All Other Apes? It’s the Cooking, Stupid“.

Che evoluzione e alimentazione siano indissolubilmente interconnesse, e che ci abbiano consentito di avere quel cervello talmente unico da aver permesso la nostra cultura, forse un pò troppi lo danno per scontato. Io no. Anzi, è questo tipo di percorso il punto di partenza del mio essere antropologa alimentare. Troppo spesso vedo antropologi culturali dare un’enfasi eccessiva alla cultura dell’alimentazione dimenticando quando essa sia figlia di un’evoluzione di stampo biologico.

Parlare di cultura dell’alimentazione ignorando le scienze dell’alimentazione ha fatto fare, e fa fare ancor oggi, errori alquanto imbarazzanti agli antropologi che si interessano di alimentazione. I condizionamenti biologici non sono deboli, nè pochi: nel rapporto tra uomo e cibo hanno fatto la differenza e sottovalutarli vuol dire costruire un apparato culturale non realistico, superficiale e poco scientifico. Rimando ai miei esimi colleghi lo studio del caso degli indiani Pima, e la crescente saturazione alla tolleranza del lattosio per accertarsi di come gli studi di nutrigenomica e delle singole tradizioni culinarie riflettano la storia evolutiva delle popolazioni; di quanto insomma geni, tradizioni e cibo si allineino perfettamente l’uno all’altro così che la salute del corpo, della collettività e dell’ambiente vengano a coincidere.

Wrangham_Catching_Fire

Ma torniamo ora all’articolo del New York Times (ripromettendomi di analizzare meglio quanto appena accennato nel paragrafo precedente), che altro non è che una recensione-commento al libro di Richard WranghamCatching Fire: How Cooking Made Us Human”, dove l’autore (un bioantropologo) presenta una nuova teoria dell’evoluzione umana, quella che lui definisce “the cooking hypothesis” secondo la quale noi ci siamo trasformati da scimmie in Homo per una ragione fondamentale: abbiamo imparato a cucinare il cibo che mangiamo.

Ecco perchè Wrangham definisce la nostra specie “the cooking apes, the creatures of the flame” sottolineando il nostro debito nei confronti del fuoco.

Premetto che non è la prima ne l’ultima teoria evolutiva che punta sull’alimentazione come fattore decisivo dell’evoluzione umana. Solo per accennarne qualcun’altra  citiamo la teoria degli USO (Underground Storage Organs), sempre di Wrangham, che si riferisce a parti delle piante (tuberi, radici, rizomi, semi, noci) il cui uso alimentare avrebbe ampliato il vegetarismo che caratterizzava l’alimentazione nel Pliocene con nuovi e decisivi apporti nutrizionali e infine la rivoluzione del primo Pleistocene che vede nell’aumentato utilizzo della carne un fattore di svolta.

In questo particolare frangente Wrangham punta la sua attenzione sulla rivoluzione del fuoco e sui risvolti sociali che questa ha avuto: ha relegato la donna in cucina e l’ha sottomessa culturalmente all’uomo.

Richard Wrangham (Foto)

Richard Wrangham

Ma andiamo per ordine. Cucinare, secondo il nostro autore, non solo ha reso più sicuri gli alimenti, ma ha amplificato e arricchito la gamma del gusto e ha ridotto, infine, gli sprechi. In più mangiare del cibo cotto ci consente di masticare cibi altrimenti per noi troppo duri.

Ma nessuno di questi vantaggi è importante quanto quello che può sembrare di primo impatto un fattore trascurabile: cucinare incrementa l’ammontare di energia che il nostro corpo può ottenere dal cibo. Cosa vuol dire questo?

Per i cibi vegetali implica che questi perdano la consistenza delle pareti cellulari di cellulosa così che molti nutrienti diventino più accessibili alla digestione e all’assorbimento. L’amido e le proteine in essi contenuti subiscono processi di denaturazione che li rendono più facilmente attaccabili dagli enzimi salivari (per l’amido), gastrici (per le proteine) e intestinali (per i derivati di amidi e proteine).

Nei vegetali crudi esistono molecole tossiche e composti inibitori della digestione (fagioli, legumi in generale) che sono distrutti dalla cottura. La fibra è ammorbidita e resa più gradevole al gusto e quindi i cibi che la contengono possono dare più energia e nutrienti in un tempo minore.

L’intenerimento fornito dalla cottura è importante per le carni di animali selvatici, che sono molto più povere di grassi e ricche di collageno rispetto alle carni degli animali da macello dell’epoca postagricola. Il collageno è una proteina dal valore nutritivo quasi nullo. La particolarità fornita dalla cottura di questri carni è che con il calore (a 80°) questo perde la sua struttura fibrosa trasformandosi in una proteina amorfa e  solubile che è poi la gelatina dei nostri brodi di carne. Così facendo questa “libera” le fibre muscolari che contengono invece proteine a valore nutrizionale molto alto,  e possono venire così assorbite. In pratica la cottura ha senza dubbio risolto il problema del “tempo alimentare” –> masticazione + digestione + assorbimento= maggiore energia.

Donna nella preistoria

Chi ne ha beneficiato in primis? Il nostro cervello!

Tornando alle teorie di Wrangham, egli sostiene che grazie a questa nuova dieta le ricadute si sono avute a livello anatomico, fisiologico, ecologico, storico, psicologico e sociale. In merito a quest’ultimo aspetto, uno dei punti più controversi del libro è quello relativo all’evoluzione dei due sessi.

Cucinare  ha reso le donne più vulnerabili all’autorità maschile, e la spiegazione – secondo Wrangham -  va ricercata nel fatto che cucinare richiede tempo, e così i cuochi “solitari” corrono il rischio di essere oggetto delle attenzioni malevole di ladri quali possono essere i maschi affamati; di conseguenza le femmine avevano bisogno della protezione dei maschi, per scongiurare episodi del genere. Il risultato di questo “primitivo” sistema di protezione è stato il matrimonio: “Cucinare” – scrive il bioantropologo – “ha creato e perpetuato un sistema di supremazia culturale maschile”.

Wrangham ha studiato con la famosa primatologa Jane Goodall, nel Gombe, in Tanzania ed è anche l’autore, insieme a Dale Peterson, di un altro saggio scientifico intitolato “Demonic Males: Apes and the Origins of Human Violence” dove ha indagato proprio il rapporto tra uomo e violenza in quelle che sono state le sue origini ancestrali.

Buffo pensare che il nostro autore ha puntato (non dico ingiustamente) tutto sul fuoco, e sul passaggio dal crudo al cotto, senza tenere conto che in un secondo periodo della storia umana, durante il Cinquecento per essere precisi, avviene una seconda rivoluzione del fuoco, quella relativa all’uso dei fornelli e al controllo del calore che permetterà lo svilupparsi di una gastronomia sempre più complessa e articolata…