Lucia Galasso

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La Trasmissione culturale, cos’è e a cosa serve?

In Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 30 luglio 2011 at 20:21

Della trasmissione culturale sappiamo che ci circonda, compenetra tutto, ma non sappiamo – in definitiva – come funziona, a cosa serve, a cosa può servirci. Volendo essere brevi questa è il processo tramite il quale l’informazione passa da un individuo all’altro attraverso meccanismi come l’apprendimento sociale, l’imitazione, l’insegnamento o il linguaggio. Ma il discorso è un po’ più complesso e affascinate da conoscere. Basti pensare che la trasmissione culturale è una componente fondamentale dell’evoluzione culturale. Senza trasmissione non può esserci evoluzione, e la forma che prende questa trasmissione può influenzare significativamente le dinamiche evolutive della cultura.

Le mutazioni nel DNA hanno un loro analogo nelle idee, nel senso che ogni tanto sorgono idee nuove, così come sorgono nuovi geni. Altre idee sono modificate, o magari scompaiono perché non vengono trasmesse.

Un’idea viene trasmessa come tale da genitori a figli, o più in generale da insegnanti ad allievi. Una nuova idea può essere un’innovazione o un’invenzione utile, o un nuovo tipo di comportamento o una diversa interpretazione degli eventi. Anche nel caso delle idee, come nel caso della biologia, il tipo che viene trasmesso potrà essere il tipo precedente oppure il tipo nuovo, modificato. Una nuova idea o una nuova invenzione di solito nascono per assolvere uno scopo preciso. Una mutazione genetica invece è casuale, cioè non è diretta a soddisfare a uno scopo. In entrambi i casi, però, ciò che viene modificato è trasmissibile, per cui il tipo nuovo potrà essere trasmesso e potrà o meno avere successo. L’invenzione di nuovi strumenti, di nuovi modi per risolvere i problemi quotidiani, è la base dell’evoluzione culturale.

Una volta che un’idea compare, viene sottoposta anch’essa a selezione. Non si tratta qui di selezione naturale, ma di selezione culturale: la società umana accoglie certe idee e le applica, mentre ne respinge altre, magari solo per riscoprire il loro valore in seguito. Un’innovazione non viene necessariamente adottata, perché non porta dei vantaggi, o perché non convince, o non viene capita, o non viene comunicata in modo efficace. Nell’evoluzione biologica, gli individui che si riproducono sono i fondatori della prossima generazione, cui trasmettono il proprio “pacchetto” di geni. Un fenomeno analogo si verifica nell’evoluzione culturale. Ciò che lega in profondità l’evoluzione biologica e l’evoluzione culturale è che entrambe dipendono dalla capacità di autoriprodursi, che è caratteristica dei geni come delle idee. Gli uni come le altre riproducono se stesse con modificazioni, passando da un organismo all’altro o da un’intelligenza a un’altra. In biologia questi piccoli cambiamenti trasmissibili sono chiamati “mutazioni”, in campo culturale potrebbero essere chiamate “innovazioni”. La trasmissione con modifiche è il fatto fondamentale che sta alla base della capacità stessa di evolvere.

Un’idea si “autoriproduce” quando si trasmette da un cervello all’altro. Potrà essere accettata così com’è, oppure modificata. La natura fisica dei geni è stata compresa e accertata grazie al paziente lavoro di migliaia e migliaia di ricercatori nell’arco di oltre 140 anni. La natura fisica delle idee, che sono inevitabilmente il prodotto di circuiti neuronali e di collegamenti sinaptici, sta cominciando a chiarirsi in questi anni, ma occorreranno decenni prima che si riesca a definire cos’è un’idea dal punto di vista “fisiologico”.

La natura della trasmissione genetica è conservatrice, pur mantenendo sempre un’alta variabilità, rispetto a quella culturale che è per sua natura proteiforme: può essere altamente conservatrice, ma può anche permettere variazioni rapidissime. Nella trasmissione culturale, infatti, esistono tutti i gradi di conservazione o velocità del cambiamento, ma esistono anche meccanismi come il linguaggio e la ritualizzazione che consentono, a tutti i membri di una società, di rimanere fortemente in contatto tra di loro e a rendere relativamente omogenei i comportamenti individuali. Si può accumulare variazione culturale fra società diverse più facilmente che all’interno di ciascuna.

Vi sono due tipi fondamentali di trasmissione:

  1. la trasmissione verticale, il cui modello più semplice è quello della trasmissione da genitori a figli;
  2. la trasmissione orizzontale, nella quale il rapporto di parentela o di età ha un’importanza molto limitata o nulla.

E’ questa un terminologia già usata dagli epidemiologi, perché alcune malattie contagiose si trasmettono per via verticale mentre altre soprattutto per via orizzontale.

La trasmissione verticale tende a essere molto conservativa. I genitori trasmettono ai figli ciò che essi stessi sanno, per averlo imparato dai loro genitori, con l’aggiunta di ciò che essi hanno scoperto, o inventato, o imparato nel corso della loro esistenza. Tradizioni, costumi, atteggiamenti si perpetuano così pressoché immutati per secoli e per millenni: la tendenza alla conservazione è particolarmente evidente nelle società tradizionali.

Questo tipo di trasmissione si svolge largamente fra gli stessi attori della trasmissione genetica e coinvolge anche altri membri e parenti della famiglia: è quindi difficile distinguerla dalla trasmissione genetica per certi versi, in quanto entrambe comportano una certa rassomiglianza tra genitori e figli o in genere tra parenti.

Trasmissione verticale cultura

Modalità di trasmissione orizzontale: da uno verso molti e da molti verso uno (fonte: progetto GEA)

All’interno della trasmissione verticale viene fatta cadere la scelta della religione e dei gusti alimentari (con particolare riferimento alla figura della madre), l’insegnamento dei valori morali e del linguaggio, almeno nelle loro forme iniziali.

La trasmissione orizzontale può essere invece molto innovativa, e portare cambiamenti anche rapidi. Lo si vede ad esempio nella veloce diffusione di nuove tecnologie o di mode del vestire, di atteggiamenti, di parole nuove, di stili di pensiero. E’ opportuno però distinguerne vari tipi, in base al rapporto numerico fra trasmettitori e riceventi:

  1. la trasmissione da uno a uno, o da pochi a pochi, è la forma più comune ed è tipica delle malattie infettive, ma anche delle barzellette e dei pettegolezzi. Gli epidemiologi hanno elaborato modelli matematici che coprono molti casi particolari;
  2. la trasmissione da uno a molti, chiamata anche “Trasmissione da capi o insegnanti” è anch’essa molto comune ed è quella in cui conta la posizione sociale del trasmettitore. Infatti se in questo tipo di trasmissione il trasmettitore è una persona influente per qualunque motivo – politico, religioso, economico, sociale, morale, artistico - e ha la possibilità di trasmettere le sue idee a un gran numero di persone, magari nello stesso tempo, potrà influenzare rapidamente un gruppo molto vasto. Questo tipo di trasmissione è quella che può generare cambiamenti di opinione, gusti, reazioni positive o negative più forti, rapide, violente e talora sorprendentemente uniformi ed entusiastiche, a meno che non vi siano motivi precedenti, innati o acquisiti, per non accogliere il messaggio, magari solo in alcuni tra coloro che vi sono esposti. Ma se il messaggio viene accolto, la trasmissione da uno a molti può essere la più rapida ed è spesso universale, totalitaria;
  3. la trasmissione da molti a uno, si realizza quando i trasmettitori comunicano o appoggiano essenzialmente lo stesso messaggio; è molto importante, ma tende ad avere effetti opposti rispetto a quella da uno a molti. Si parla in questo caso di trasmissione concertata. E’, in pratica, il meccanismo tramite il quale siamo o diventiamo conformisti, ovvero quello che ci induce a comportarci come tutti gli altri. Questa avviene quando il nuovo venuto di un gruppo prova fiducia o senso di amicizia oppure tiene alla compagnia delle persone che formano il gruppo che lo ha accolto. In simili circostanze, il vero trasmettitore non è un individuo, ma è in sostanza un gruppo sociale abbastanza omogeneo.
trasmissione orizzontale cultura

Modalità di trasmissione orizzontale: da uno verso molti e da molti verso uno (Fonte: Progetto GEA)

Nella trasmissione orizzontale non ci sono limiti di età e non sono necessari legami di parentela con coloro che ricevono. Un solo trasmettitore con una vasta base di “fedeli” ha larga influenza. Naturalmente, a meno che il trasmettitore non sia dotato di grande potere o di un ottimo carisma, il messaggio da questi veicolato deve essere anche molto persuasivo, ed è anche importante il modo in cui questo messaggio viene offerto.

Uno stimolo molto potente è quello costituito dalla novità, che può spesso attrarre di per sé, indipendentemente dalla qualità del messaggio. Qui però ha importanza la disposizione e la personalità di chi riceve. Ad esempio i conservatori non amano molto le novità.
E’ utile, quindi, considerare la trasmissione come la somma di due fase distinte: comunicazione e accettazione, specialmente se la seconda ha un’elevata probabilità. Naturalmente non è necessario che comunicazione e accettazione avvengano simultaneamente, le due fasi possono essere scaglionate nel tempo e spesso lo sono. Magari, prima che avvenga l’accettazione, occorre che la comunicazione sia ripetuta molte volte.

Viviamo, quindi, circondati da questi processi, in ogni istante della nostra vita, e mai come oggi grazie ai social network possiamo sperimentarne le ricadute pratiche, vi dice nulla la teoria dei piccoli mondi? Se poi realizziamo che la parola tradizione viene dal latino traditio, dal verbo tradere che significa rimettere, trasmettere… Beh, si capisce meglio il forte legame che abbiamo con le nostre “tradizioni”.

L’approccio evoluzionistico alla cultura II: oltre la memetica

In Antropologia cognitiva, Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 11 luglio 2010 at 07:50

In un precedente post ho parlato di memi, ma questo non è l’unico modo di studiare la cultura, i migliori tentativi nell’applicare i modelli evolutivi alla cultura partono da un approccio diverso da quello proposto dalla memetica.

I teorici del meme hanno dato grande importanza all’evoluzione per selezione naturale, considerandola un processo che richiede differenti tipi, a differenti livelli, di competizione tra i replicatori. Questi studiosi tendono a considerare troppo stretta l’analogia tra gene e meme. Lo stesso Dawkins è arrivato a sostenere che è solo grazie al fatto che gli esseri umani sono “colonizzati” da un altro tipo di replicatore, appunto il meme, che essi sono sfuggiti alla “tirannia del gene”. Vista da questa angolazione, la teoria del meme libererebbe la nostra specie da una forma di determinismo biologico.

Un’alternativa a questa visione presuppone una grande importanza dell’eredità culturale  e cerca perciò di integrarla nei tradizionali modelli evolutivi. Piuttosto che dimostrare l’esistenza di replicatori culturali, si possono costruire modelli che prendano in considerazione l’apprendimento per errori, ed esamino come le credenze e le conoscenze individuali siano spesso il risultato di un’esposizione a più fonti e stimoli, piuttosto che mera opera di imitazione di una sola di queste opportunità. Lo scopo di alcuni modelli di evoluzione culturale, a volte, è solo di capire come i meccanismi culturali agiscano sull’evoluzione genetica, e viceversa. Questo è lo scopo generale dei modelli di coevoluzione gene-cultura. Ma i modelli di evoluzione culturale aspirano anche ad assegnare un ruolo all’ereditarietà culturale nel contesto dell’adattamento.

Tali questioni sono state affrontate da recenti studi in materia. Gli evoluzionisti culturali concordano sul fatto che, a livello di popolazione, un’evoluzione di tipo cumulativo richiede che i tratti culturali vantaggiosi siano preservati nelle generazioni future. Ma gli stessi studiosi negano che ciò richieda una replicazione identica dei tratti culturali.

Il modello formale proposto da Henrich e Boyd mostra come “l’effetto conformista” possa annullare gli effetti dell’apprendimento per tentativi ed errori producendo una replicazione fedele dei comportamenti a livello popolazionistico. Il conformismo è la tendenza degli individui ad adottare ciò che loro credono siano le idee e i comportamenti più comuni all’interno del loro gruppo. Il modello di Henrich e Boyd presuppone che gli individui siano poco inclini ad interpretare le rappresentazioni altrui, generando inevitabilmente degli errori. Così, la presenza di conformisti, nel gruppo, mitiga l’effetto di questi errori, producendo nella generazione successiva uno schema di rappresentazioni identico a quello della generazione precedente.

Per  Henrich e Boyd  la trasmissione per tentativi ed errori tende a produrre rappresentazioni differenti, in una popolazione in cui già coesistono diversi tratti culturali a frequenza significativa. L’effetto dell’errore è dunque basso. Invece, in un gruppo in cui un solo modello rappresentativo è comune, l’effetto degli errori è molto più evidente. Ma, se inseriamo un comportamento conformista, incrementiamo le possibilità che queste rappresentazioni si stabilizzino nelle generazioni successive, nonostante la presenza dell’imitazione per tentativi ed errori.

Henrich e Boyd riconoscono che ciò non implica, a livello popolazionistico, una replicazione affidabile delle rappresentazioni. Ma questo non significa che l’evoluzione cumulativa non agisca sull’eredità culturale. Infatti, a livello genetico, i processi di copia fedele permettono che anche forze selettive deboli producano variazione: meccanismi di copia meno fedeli implicherebbero allora forze selettive più forti per conservare tale variazione. Henrich e Boyd confidano che le forze selettive che agiscono a livello culturale siano più forti delle forze coinvolte nei meccanismi genetici. Dunque è necessario non focalizzarsi troppo sull’evoluzione genetica come paradigma per un modello di evoluzione culturale.

Come i teorici del meme sono guidati dal loro desiderio di trovare delle analogie tra genetica ed evoluzione culturale, così i modelli evolutivi, come quello proposto da Henrich e Boyd, sono guidati dal desiderio di trovare una spiegazione di come l’ereditarietà culturale influenza il processo evolutivo. Questo tipo di modelli evolutivi non danno come dato certo che l’ereditarietà culturale funzioni nello stesso modo della sua controparte genetica.

E’ ancora riconoscibile in essi l’imprinting della teoria dell’evoluzione perché cercano di spiegare i cambiamenti che avvengono in termini di frequenza in una popolazione nel tempo.

Fanno questo formulando ipotesi sulle modalità con cui gli individui acquisiscono i tratti culturali – per esempio presupponendo che la rappresentazione di un individuo sia il prodotto dell’insegnamento di varie fonti, o il risultato del suo seguire fedelmente le figure per lui dotate di maggiore autorità – per poi dedurre come queste criteri giochino il loro ruolo a livello popolazionistico.

Queste regole, in più, non sono il prodotto di mere congetture, ma sono supportate da esperimenti e dati qualitativi. Gli evoluzionisti culturali cercano di documentare gli effetti di vari tipi di predisposizione empirica come il conformismo e il prestigio.

Come la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è stata considerata largamente congetturale fino a quando non è stata supportata dal lavoro empirico e statistico, focalizzato sulle conseguenze su vasta scala dell’ereditarietà, dimostrando come l’ereditarietà funzionava,  così la teoria dell’evoluzione culturale ha guadagnato il suo posto nel campo delle scienze grazie a una simile combinazione di studi empirici e approcci matematici, arrivando a generare, oggi, algoritmi che uniscono intelligenza artificiale e neuroscienze con lo scopo di sondare il web in maniera sempre più  mirata.

In questi giorni andrò a visitare una realtà italiana che lavora con i memi, nell’ambito web, trovata sulle pagine dell’ultimo numero di Wired: mperience e vi racconterò!

L’approccio evoluzionistico alla cultura: la memetica

In Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 30 maggio 2010 at 16:03

In un articolo Pete Ward apparso su “Le Scienze” si chiede se Homo Sapiens si stia ancora evolvendo o se la nostra specie si sia, da questo punto di vista, stabilizzata. Sebbene l’eredità genetica stia ancora operando (negli ultimi 10.000 anni gli esseri umani si sono evoluti 100 volte più velocemente rispetto a qualsiasi altra epoca) sembra che oggi sia la cultura il fattore che decide se gli individui vivono o muoiono; ora l’evoluzione potrebbe essere puramente culturale, invece che genetica.

Come il DNA, anche il patrimonio culturale subisce mutazioni nel corso del tempo: qui però non si tratta di geni ma di idee che, a differenza delle mutazioni, non nascono solo in modo casuale ma in genere nascono intenzionalmente, di solito con l’obiettivo di risolvere un preciso problema pratico.
Già questo determina una forte accelerazione nell’evoluzione culturale rispetto a quella biologica: chi cerca e trova una soluzione che permette un migliore adattamento all’ambiente può riuscire a diffonderla, in qualche misura, fra i suoi contemporanei. Non è necessario aspettare che sia il caso a portare la mutazione adatta nell’arco di chissà quante generazioni.
Anche se tutto ciò che è cultura sembra essere profondamente diverso dal patrimonio genetico, ciò che hanno in comune è che entrambi vengono trasmessi: la differenza principale sta nella loro modalità di trasmissione.
Questo crea una somiglianza profonda fra genetica e cultura, ma anche differenze, e può aiutarci a capire somiglianze e differenze nell’evoluzione di ambedue.
Seri tentativi di costruire una teoria dell’evoluzione culturale sono rintracciabili nei lavori di Lumsden e Wilson, Cavalli-Sforza e Feldman e Boyd e Richerson. Tutti questi studiosi hanno tentato, in un modo o nell’altro, di produrre dei modelli formali che integrassero gli effetti dell’eredità culturale nei modelli standard dell’evoluzione biologica. I loro lavori solo strettamente collegati alla teoria dei memi.

Richard Dawkins

Dawkins produsse, nel 1976, il miglior tentativo di applicare il pensiero evolutivo alla cultura, tracciando una forte analogia tra l’evoluzione della cultura e l’evoluzione biologica. La memetica ipotizza che entità che hanno l’abilità di riprodursi fedelmente – chiamati replicatori – sono necessarie per spiegare la somiglianza fra generazioni. Nei modelli standard biologici questa funzione è affidata ai geni. I geni fanno copie di se stessi, e questa caratteristica spiega come mai la prole abbia una così profonda rassomiglianza con i propri genitori.
Se la cultura evolve similmente è necessario trovare delle forme di replicatori culturali che spieghino l’eredità culturale. Il meme assolve a questo ruolo.

E’ interessante notare che mentre è dato per scontato che tutti i memi sono idee (e viceversa) Dawkins include anche altre tipologie di enti, come il modo di modellare vasi, che è una tecnica nel pool memetico.
Per Dawkins, l’imitazione è il modo in cui i memi possono replicarsi, ma proprio come non tutti i geni possono replicarsi con successo, così nel pool memico alcuni memi hanno più successo di altri (su questa particolare situazione un altro studioso ha fatto interessanti osservazioni: Dan Sperber). Questo è l’analogo della selezione naturale. In generale le qualità che i memi devo avere sono longevità, fecondità e fedeltà di copiatura.
Mentre la longevità di una copia qualunque di un meme ha probabilmente un’importanza relativa, come per i geni, la fecondità è molto più importante della longevità di copie particolari; la sua diffusione dipenderà da quanto sarà accettato entro la popolazione che lo ospita. Per la fedeltà di copiatura lo stesso Dawkins ammette di muoversi su un terreno non molto solido, in quanto sembra che questa qualità non sia posseduta dai memi.
Infatti i memi vengono trasmessi in forma alterata, qualità alquanto diversa dai loro corrispettivi biologici, i geni, che adottano la qualità del “tutto o niente” nel replicarsi. A questo problema Dawkins rimedia teorizzando che l’impatto dei memi non è determinato dalla singola unità memetica ma dall’insieme che questi hanno sull’ambiente culturale, ovvero dall’essenza del messaggio che viene trasmesso.
La prospettiva proposta dal concetto di meme ha creato vari problemi, il più importante dei quali è legato alle limitazioni insite nell’analogia gene/meme. Le critiche sono state mosse per lo più dalle scienze sociali che sono ostili a un approccio evolutivo alla cultura, ma anche nel campo degli evoluzionisti culturali la teoria del meme è stata fortemente criticata.
Gli argomenti che più frequentemente muovono contro la teoria proposta da Dawkins sono varie, qui le più importanti:

  • Le unità culturali non sono replicatori: i replicatori, infatti, sono unità che fanno copie di se stesse. I critici del concetto di meme suggeriscono che non si conosce nessun meccanismo che può spiegare come i memi siano copiati. Ma questo è un errore. Un’idea può essere imitata semplicemente attraverso l’osservazione e la deduzione: un agente B può osservare il comportamento di un agente A, dedurre che A ha una credenza X e in tal modo fare sua la credenza di A. Le idee possono essere acquisite anche attraverso la comunicazione linguistica. Un agente A potrebbe credere in X, comunicarlo a B e B iniziare così a credere in X. In entrambi i casi si può dire che la credenza X fa una copia di se stessa, attraverso il linguaggio, l’osservazione e la deduzione. Una forte critica alla memetica è che l’imitazione è troppo soggetta all’errore per fare da appoggio al processo di replicazione. Come, d’altra parte, è altrettanto vero che quando la stessa idea si propaga in una popolazione è molto difficile che questa si trasmetterà inalterata. Sperber sostiene che la riproduzione di tipo culturale è raramente memetica, preferendo usare quelli che chiama “attrattori”, cioè schemi culturali di pensiero che consentono il diffondersi di rappresentazioni in una popolazione senza che ci sia un’imitazione letterale di queste.Non tutte le idee sono replicatori, quindi non tutte le idee sono memi;
  • Le unità culturali non formano lignaggi: un altro tipo di critica che viene mossa al concetto di meme è che mentre nella replicazione genetica si può risalire da un singolo gene a un genitore, le idee raramente vengono copiate da un’unica fonte in maniera tale da poter risalire a un’origine nota e puntiforme;
  • La cultura non può essere frammentata in unità discrete: le idee sono in relazione reciproca tra loro. Se un individuo è in grado di acquisire una conoscenza ciò dipende dal fatto che è in grado di correlarla alle sue competenze concettuali. È impossibile, ad esempio, credere nella teoria della relatività senza capirla, e non la si può capire senza avere ulteriori conoscenze relativa alla fisica.

Le critiche riportate sono focalizzate principalmente sulla reale fedeltà del processo memetico, per quanto altri detrattori muovono contro l’effettiva utilità del concetto di meme, arrivando a dubitare dell’esistenza dei memi stessi. Quel che si sottolineare è come la teoria evolutiva possa essere declinata nell’analisi della cultura. Ma ci sono altre teorie evolutive che approcciano la cultura, e che partono da presupposti diversi dalla memetica, le analizzeremo brevemente in un prossimo post.

Teoria ed evoluzione del pettegolezzo

In Antropologia cognitiva, Antropologia e marketing, Evoluzione culturale, Trasmissione culturale on 5 maggio 2010 at 07:52

Una volta era il pettegolezzo, ora è diventato qualcosa di più… Una volta era una strategia difensiva, oggi si è trasformato in una modalità di scambio di informazioni tanto da aver perso il suo lato negativo ed essersi trasformaro in un canale di comunicazione neutro, da declinarsi secondo necessità. Fatto sta che di “pettegolezzo” se ne parla tanto oggi, a volte con giudizio, a volte con pregiudizio a volte se ne parla per parlarne, senza bene sapere il perchè, il che vuol dire che spettegoliamo sul pettegolezzo (!!!).

Oggi, nell’era di internet, il pettegolezzo veste panni diversi, mentire è diventato praticamente impossibile, ed essere trasparenti è diventato un obbligo. Se un’azienda, o una persona, non ha costruito un rapporto di fiducia con la propria utenza basterà un piccolo gruppo di persone a rovinare la sua reputazione.

Nell’ultimo numero di Darwin (marzo/aprile 2010) c’è un interessantissimo articolo di Rosaria Conte proprio sull’evoluzione del pettegolezzo, dove ci si chiede (a ragione di tutto il recente interesse verso questo argomento) a che cosa serva il pettegolezzo e perchè l’evoluzione umana se ne sia servita.

La tesi principale sviluppata dall’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr individue nel pettegolezzo una delle più antiche istituzioni sociali della specie umana. All’interno di reti di scambio informazionale il pettegolezzo ridurrebbe i costi e quindi incentiverebbe la circolazione di conoscenza preventiva sull’identità di truffatori o sfruttatori.  Ciò avrebbe consentito l’applicazione di diverse forme di controllo sociale, come l’isolamento e la punizione degli sfruttatori.

Ma come funziona esattamente il pettegolezzo e su quali proprietà o caratteristiche della specie fa leva?

Se con il termine falco vogliamo indicare lo sfruttatore e con quello di colomba l’altruista, ci è  subito chiaro che le colombe, lige all’ordine sociale, rischiano di avere la peggio rispetto ai falchi. Un piccolo numero di approfittatori può accumulare grandi sostanze a spese della maggioranza degli altruisti, arrivando poco a poco, ad annientarli.

Alcuni evoluzionisti, incuriositi dalle basi biologiche del comportamento sociale, hanno evidenziato come, così facendo, i falchi annientano anche se stessi. Dopo aver distrutto le colombe non resterebbe loro altro da fare che avventarsi gli uni sugli altri, questo porterebbe, alla fine, ad un dissolvimento dei falchi e di entrambi i gruppi sociali.

Come si è ovviato a tutto ciò?

La prima cosa importante da considerare è che le dimensioni del gruppo hanno una grande importanza: quando la popolazione è composta da poche  decine di individui che hanno un’alta probabilità di incontrarsi di nuovo dopo la prima interazione, le colombe imparano facilmente a far tesoro dell’esperienza acquisita a caro prezzo, e si tengono alla larga dai falchi. Certo, non riusciranno ad evitare danni quali l’esaurimento delle risorse comuni, ma potranno impedire forme individuali di sfruttamento.

Ma se il gruppo è più grande e diventano meno probabili incontri successivi, che cosa accade? A fare la differenza è chiamata in causa la comunicazione. E’ infatti tramite questa che le colombe possono riconoscere i falchi, prima di conoscerne uno a loro discapito. La comunicazione è un buon investimento: al costo della propria esperienza personale ciascuno viene così a sommare due gruppi di conoscenze, quelle dei patner con cui ha interagito direttamente e quella di coloro con cui si scambia informazioni.

Bene, ma tutto questo non migliora di molto la vita delle colombe, cosa permette di ridurre i costi della comunicazione (per esempio l’inevitabile ritorsione dal parte del falco di turno) senza azzerarne i benefici, e consentendo l’allargamento delle reti sociali? E’ questo uno dei grandi problemi di adattamento che ha affrontato la nostra specie, ma se la comunicazione non basta, che cos’altro ci vuole?

La teoria proposta dal Cnr sostiene che il pettegolezzo ha risolto il doppio problema di adattamento, consentendo agli insediamenti umani di resistere agli sfruttatori e di allargarsi. Chi fa gossip non riporta mai l’opinione di qualcuno, tanto meno la propria, si limita a riportare una voce che gira, senza potere (o volere) precisare l’identità di chi l’ha diffusa. Il pettegolezzo è per definizione unaccountable: non risponde mai della fonte e della qualità delli’nformazione trasmessa, ciò lo porta tuttalpiù ad essere tacciato di indiscrezione, ma non di menzogna od omissione.

Tornando ai nostri falchi e colombe possiamo arrivare a sostenere che il riferire dicerie conferisce un sensibile vantaggio riproduttivo a queste ultime, quello di evitare un certo numero di falchi senza pagare alcun prezzo per l’informazione necessaria. Anzi, le colombe saranno sempre più incentivate a fare gossip, favorendo la diffusione sia di notizie non verificate che di una certa dose di calunnie. Ma, se la quantità di conoscenza utile che le colombe pettegole fanno circolare supera l’entità dei danni provocati, il vantaggio delle colombe aumenterà, rendendole competitive rispetto ai falchi.

L’intelligenza umana fa favorito il pettegolezzo, è un dato che gli antropologi, come Robin Dunbar, hanno dedotto dallo studio di insediamenti ominidi di 250.000 anni fa. Questi insediamenti avevano dimensioni medie che superavano di un ordine di grandezza quelli raggiunti da altri primati. Questa constatazione ha portato a formulare l’ipotesi secondo la quale esiste una correlazione positiva tra le dimensioni del cervello di una specie e le dimensioni medie delle reti in cui i membri della specie entrano in relazione più o meno intima.

I dati neuroscientifici hanno confermato la validità di questa ipotesi, e si sono spinti oltre; la complessità del cervello umano consente la formazione di meta-rappresentazioni sociali, cioè di rappresentazioni sugli stati mentali altrui, sulle conoscenze, scopi, emozioni e valutazioni degli altri, fino a quello che viene definito quinto livello di annidamento (un esempio fornito è “io voglio che tu creda che Anna vuole che Giovanni sappia che cosa pensa Giacomo”). Il quinto livello permette di fare mindreading con un elevato numero di individui, che corrisponde alle misure medie dei gruppi di supporto umani. Il mindreading è la proprietà cognitiva tipica della nostra specie, ed è quella che ha consentito, tra l’altro, l’evoluzione del pettegolezzo.

Il pettegolezzo è presente anche nelle società tradizionali, nel cui ambito gli studi di Max Gluckman hanno fa da apripista, svelandoci come questo comportamento umano sia analogo alla teoria proposta dal Cnr. Una teoria che essendo di matrice evoluzionista si sconta con la difficoltà di essere validata sperimentalmente. E’ difficile infatti, fare esperimenti su processi avvenuti secoli o millenni fa.

La copertina del libro di Albert-László Barabási

A bypassare questo ostacolo è arrivato il “teorema del pettegolezzo”, anzi, per dirla più scientificamente Il “teorema della diffusione del gossip e conduttanza del grafo“. I papà sono italiani; Alessandro panconesi, Flavio Chierichetti e Silvio Lattanzi. Questa complessa formula matematica serve a calcolare con esatezza la velocità di propagazione del pettegolezzo in ogni rete sociale tecnologica composta anche da milioni di nodi. In realtà i tre studiosi non hanno scoperto l’algoritmo del gossip quanto la possibilità di determinare la velocità e la modalità di propagazione del pettegolezzo in una rete. Buffo leggere che tutto questo sembra essere vagamente imparentato con la teoria dei piccoli mondi (ricordate i sei gradi di separazione?) ampiamente studiata non solo da sociologi ma anche da Albert-László Barabási, un fisico ungherese da anni è coinvolto nello studio delle reti sia biologiche che tecnologiche (bellissimo il suo libro “Link” di cui vi consiglio caldamente la lettura).

E’  fuori da ogni dubbio che questo lato della ricerca interessi moltissimo l’industria, studiare la velocità e la modalità di trasmissione dell’informazione implica anche il saperla usare per i propri scopi, mi chiedo solo come mai tutti gli studi precedentemente fatti in ambito umanistico, sociologico e matematico siano stati adesso cancellati da un algoritmo senz’anima.

L’evoluzione della cultura – di Luigi Luca Cavalli Sforza

In Evoluzione culturale, marketing virale, Recensioni e libri, Trasmissione culturale on 11 marzo 2010 at 20:17

copertina del libro

Uno dei libri cardine che affronta lo studio dell’evoluzione e della trasmissione culturale è il famoso libro di Luigi Luca Cavalli Sforza “L’evoluzione della cultura“.  Un libro che mi ha indignata, non per i contenuti (per carità), ma per l’ottusità che a volte vedo nei miei colleghi “culturali” (non che i “fisici” scherzino) o forse semplicemente, che ha permeato l’antropologia fino a poco tempo fa. Ora, l’idea principe, propugnata dallo stesso Cavalli Sforza, l’interdisciplinarietà, sembra sempre più pervadere lavori che vogliono affrontare veramente da un punto di vista olistico l’universo Uomo.

Trovo molto belle le parole di incitazione all’antropologia culturale che il famoso genetista delle popolazioni scrive  “Se l’antropologia culturale si preoccuperà di studiare la trasmissione culturale avrà di fronte a sé molti decenni di sviluppo, come ne aveva la genetica nel primo cinquantennio del XX secolo. Ha bisogno naturalmente di comprendere la base fisico-chimica del funzionamento del cervello per capire come funziona nel produrre le idee [...] nel frattempo, però, l’antropologia può fare molti progressi, come ha fatto la genetica [...] Occorre studiare i meccanismi della trasmissione culturale con i mezzi di cui disponiamo, in attesa di arrivare a conoscere la chimica e la fisica delle idee, che seguirà strade nuove e porterà a capire i nostri misteri più profondi. Non vi è dubbio che lo studio della trasmissione culturale includa anche lo studio della persuasione. La trasmissione di qualsiasi novità comporta una fase successiva, molto importante, in cui avviene l’accettazione.  Richiede quindi una comprensione dei meccanismi neurologici più importanti, quelli della motivazione profonda, che sono sostanzialmente ignoti ma sono chiaramente al centro degli interessi della neurologia moderna“.

Non vi ricorda qualcosa di molto vicino al marketing virale (avremo modo di sondare anche questo campo, non preoccupatevi)?

Intanto leggete pure la recensione del libro qui.